Le banche stanno cambiando… ma i bancari se ne sono accorti?

Quest’anno compio 60 anni, di cui 45 passati a fare l’imprenditore. In quasi mezzo secolo di onorata carriera, tra libera professione e guida di una PMI, di esperienze con banche e finanziarie ne ho accumulate parecchie, nel bene e nel male. Ne ho già parlato in passato, ad esempio in questo articolo dove racconto le insidie dei finanziamenti personali.

Oggi, però, voglio fare una riflessione più ampia. Il mondo del credito sta attraversando una trasformazione epocale. Le grandi banche chiudono sportelli, tagliano personale e inseguono il miraggio delle fintech, aprendo servizi online che spesso si rivelano goffi tentativi di imitazione. In questa corsa sfrenata, cercano di venderci di tutto: assicurazioni, luce, gas, connessioni internet. Sembra quasi di parlare con un operatore telefonico, non con un consulente finanziario.

Ma il vero problema, quello che mi fa davvero accapponare la pelle, è un altro: le persone. O meglio, la progressiva scomparsa di un rapporto umano autentico e di un servizio clienti degno di questo nome.

Il fattore umano: il grande assente

Chi lavora in banca oggi ha sempre meno autonomia decisionale. I direttori di filiale, un tempo figure di riferimento per imprenditori e famiglie, sono sempre più spesso meri esecutori di direttive calate dall’alto, imbrigliati in algoritmi e procedure che non lasciano spazio al buon senso. Il risultato? Un crollo verticale della qualità del servizio e della soddisfazione del cliente.

Sinceramente, il livello è diventato bassissimo. A questo punto, tanto vale rivolgersi a un servizio puramente online: almeno lì, l’assenza di un referente fisico è dichiarata, ma in compenso si ottiene (spesso) un servizio veloce ed efficace.

Ma lasciate che vi racconti un paio di “horror stories” personali, che valgono più di mille parole.

Storie di ordinaria follia bancaria

CREDEM

È stata la mia banca per moltissimi anni, sia a livello personale che aziendale. All’inizio, il punto di forza era proprio il rapporto umano: ci si parlava, ci si consigliava, si trovava insieme la soluzione migliore. Poi, il declino: personale decimato, la mia filiale storica chiusa e il conto spostato d’ufficio a Ravenna, senza nemmeno una telefonata. Oggi i conti sono ancora aperti, ma il rapporto è un lontano ricordo.

E attenzione alla loro gestione degli sforamenti di fido: una leggerezza può costarvi una segnalazione alla centrale rischi, un marchio d’infamia difficile da cancellare. Ne parlo più approfonditamente in questo articolo.

UNICREDIT

Un tempo era la banca con più agenzie a Cesena, oggi ne sono rimaste un paio. Anni fa, fui beta tester di BuddyBank, la loro avventura nel mondo fintech. Oggi sono ancora cliente, ma il prodotto è stato superato da decine di concorrenti più agili e innovativi. E se voglio versare dei contanti (uno dei pochi vantaggi rimasti), devo attraversare la città e sperare che la cassa continua funzioni. Spoiler: spesso non funziona, e il supporto online non sa che pesci pigliare. Sto per chiudere il conto, e non ne sentirò la mancanza.

BPER

Qui tocchiamo il fondo. Con BPER, la mia famiglia ha avuto un rapporto lungo 65 anni. Sessantacinque. Un’intera vita. Ho chiuso tutto di recente, dopo un’odissea che ho raccontato in una lunga lettera di reclamo.

L’apice del surreale? Per sapere come chiudere un conto, mi è stato detto di mandare un’email per prendere un appuntamento, mentre il mio referente era seduto alla scrivania di fronte a me. In un’agenzia con code di persone anziane in difficoltà davanti all’unica cassa automatica funzionante, e gli impiegati dietro il bancone apparentemente inoperosi. Una scena che definire pirandelliana è un eufemismo.

La scena surreale che si ripete ogni giorno nelle filiali bancarie italiane

Quello che BPER sta facendo, a mio parere male, è mantenere un rapporto ibrido fra il digitale e il fisico, che però è di scarso risultato su entrambi i fronti. Come servizi online hanno diversi problemi tecnici, ma sono anche più cari della concorrenza. E come servizio fisico… beh, avete letto sopra.

L’impresa impossibile: chiedere un fido nel 2025

Nel 2024 ho avviato una nuova impresa. Partita da zero, a fine 2025 fattura un milione di euro e dà lavoro a 10 persone. Con questi numeri, pensavo che ottenere un fido per l’operatività fosse una formalità. Mi sbagliavo di grosso.

Ho presentato un business plan dettagliato, numeri, contratti, referenze. Ho bussato alla porta di cinque grandi banche del territorio. Risultato? Scarso interesse, superficialità, a volte nemmeno la cortesia di un incontro. Sembra che oggi le banche diano soldi solo a chi può dimostrare di non averne bisogno. Se il rapporto deve essere solo con un algoritmo, tanto vale affidarsi alle fintech.

Quando l’algoritmo decide il tuo destino imprenditoriale

Non tutto è perduto: le eccezioni che confermano la regola

Per fortuna, esistono ancora delle oasi felici. La mia ricerca di un partner finanziario si è conclusa positivamente con Intesa San Paolo. Lì ho trovato un direttore di filiale che ha avuto il coraggio di “scommettere” sulla mia azienda, analizzando i numeri ma anche le persone. Grazie anche alla presentazione favorevole di Confindustria, di cui siamo soci, oggi abbiamo un buon rapporto con questo istituto, un fido di operatività e un piccolo finanziamento per le spese di avviamento dell’attività e del progetto Hub Cesena.

Un’eccezione? Forse. Ma dimostra che un altro modo di fare banca è ancora possibile.

Le alternative fintech: il futuro è già qui

E poi c’è il mondo delle fintech, che offre alternative sempre più valide per chi, come me, ha bisogno di efficienza e velocità:

TOT.money: Un conto online per piccole imprese con un ottimo set di servizi legati alla contabilità e fatturazione. Lo sto provando e per ora l’esperienza è molto positiva. Buon servizio clienti e ottimo rapporto costi-benefici. Consigliato per small business.

SIBILL: Un servizio di tesoreria con banca integrata, perfetto per chi vuole semplificare la gestione dei flussi di cassa. In particolare, avere le carte “dirette” sul conto mi permette di gestire più velocemente le riconciliazioni delle spese senza attendere estratto conto e movimenti di quadratura.

Satispay: Lo uso per i buoni pasto dei dipendenti in azienda e per le piccole spese personali. Ha un sistema di cashback sui pagamenti e lo trovo comodo per le micro spese. Forse lo proverò anche per il conto deposito in futuro.

Ho provato anche Revolut per qualche anno (al momento sospeso) e altri servizi. Diciamo che mi tengo “pronto ai cambiamenti e alle opportunità”.

Conclusioni: quale futuro per le banche?

Il mercato sta cambiando a una velocità impressionante. Molti bancari, però, non sembrano in grado di interpretare questo cambiamento. Prevedo, con una certa tristezza, che molti perderanno il posto di lavoro, sostituiti da un’intelligenza artificiale che, paradossalmente, potrebbe fornire un supporto migliore e più veloce di molti operatori umani.

Se le banche tradizionali non sapranno riscoprire il valore del rapporto umano, della consulenza personalizzata e del coraggio di investire sul territorio, i tagli ai costi non basteranno a salvarle dall’estinzione. Perché in un mondo di algoritmi, l’unica cosa che può ancora fare la differenza è, e sarà sempre, il fattore umano.

Nei prossimi anni dovrò affrontare anche il discorso dei conti deposito e investimenti per prepararmi alla pensione (mancano circa 10 anni), ma di questo ne riparleremo in futuro. Stay tuned!


Hai avuto esperienze simili con la tua banca? Raccontamele nei commenti o scrivimi direttamente.

Pagamenti a 10 mesi: quando la formazione diventa uno scherzo (e tu sei la battuta)

Oggi parliamo di un’esperienza che mi ha lasciato l’amaro in bocca, una di quelle storie che ti fanno dubitare della serietà di certi settori. Non farò nomi, perché il punto non è il singolo colpevole, ma un sistema che permette queste storture. La storia è semplice: un lavoro di docenza svolto a marzo, fatturato ad aprile, e la comunicazione, arrivata solo dopo solleciti, secondo cui il pagamento avverrà… a gennaio dell’anno prossimo. Dieci mesi. Avete letto bene: dieci mesi per pagare una prestazione professionale.

Se fate formazione o state pensando di farlo, questo articolo è per voi. Perché quello che è successo a me può succedere a chiunque. E se io, con una certa età, esperienza e una posizione professionale consolidata, posso permettermi di aspettare (e di mandarli elegantemente a quel paese la prossima volta), non tutti hanno questo lusso. Ma nessuno dovrebbe accettare certe condizioni.

L’antefatto: un’urgenza (la loro) e un favore (il mio)

Tutto inizia con una chiamata da parte di un ente di formazione. Hanno un’urgenza disperata: trovare un docente entro due giorni per un corso online sullo sviluppo di siti web, destinato a persone in mobilità lavorativa che devono frequentarlo per mantenere il sussidio di disoccupazione (NASPI). Non è la mia attività principale, ma ho una lunga esperienza nella formazione tecnologica; mi piace e credo di essere bravo a farlo. Decido di accettare, un po’ per rispondere all’emergenza, un po’ per diversificare le entrate, che durante l’anno tendono a concentrarsi su un unico, grande cliente.

Il corso va bene; i partecipanti sono contenti (e di solito non hanno peli sulla lingua se un docente non è all’altezza). L’ente mi chiede di sostenere un secondo corso e accetto. Dopodiché declino altre proposte, nonostante la loro necessità di docenti su temi caldi come l’AI e la cybersecurity. La formazione per questi enti non è il mio business principale; è stata una parentesi. Alla mia età e con la mia esperienza, non ho bisogno di scendere a compromessi. Non tanti e non tanto spesso.

La doccia fredda: “Pagheremo quando vorremo”

Emetto la fattura, consapevole che in questo settore i tempi biblici sono la norma. 120 giorni? Un sogno. Ma qui si è andati oltre. Dopo 150 giorni, inizio a chiedere notizie. Silenzio. Al secondo sollecito, la risposta, quasi seccata: “Si comunica che i pagamenti verranno effettuati a fine anno, con valuta massima il 10 gennaio”.

Dieci mesi per pagare una fattura di qualche migliaio di euro. Ora, fortunatamente, non ci devo campare con quei soldi, ma con un altro professionista? Uno che magari ha appena iniziato o che conta su quel denaro per pagare le bollette? Questa non è solo inefficienza, è una mancanza di rispetto totale per il lavoro altrui.

Le Red Flag di un sistema malato

Questa vicenda è un concentrato di Red Flag, quei segnali d’allarme che dovrebbero farci scappare a gambe levate:

1. Mancanza di trasparenza contrattuale: nel contratto non c’era traccia di questi tempi di pagamento folli. Anzi, c’era scritto testualmente:

Il pagamento dei compensi pattuiti e la conseguente emissione delle note di competenze e/o fatture valide ai fini fiscali avverranno su discrezionale indicazione di <nome dell’ente formatore> in base ai diversi stati d’avanzamento delle attività formative in oggetto.

Traduzione: “Ti pago quando mi pare”. Una clausola del genere è inaccettabile. Punto.

2. Silenzio e arroganza: l’ente non solo non comunica spontaneamente, ma, quando sollecitato, risponde con fastidio, come se il problema fosse tu che chiedi i tuoi soldi. È lo stesso atteggiamento che ho visto in certi pessimi partner di lavoro, quelli che pensano che tutto gli sia dovuto.

3. La pretesa di qualità a costo zero: come si può pretendere di avere docenti di qualità, preparati e aggiornati, con queste condizioni? La risposta è semplice: non si può. Si attirano solo due tipi di persone: i disperati, che accettano qualsiasi cosa per necessità, o chi, come me in questo caso, lo fa per altri motivi e può permettersi di aspettare (e di rifiutare la prossima volta). La qualità, quella vera, va a farsi benedire.

Il vero problema: chi paga il prezzo più alto

E qui arriviamo al punto che mi fa più arrabbiare. Questi corsi non sono destinati a manager o professionisti affermati. Sono per le persone che hanno perso il lavoro, che stanno cercando una nuova strada, che hanno bisogno di acquisire competenze concrete per rientrare nel mercato del lavoro. Sono persone in difficoltà che hanno bisogno di una formazione coinvolgente e di livello, che faccia davvero la differenza.

Una docenza di qualità, illuminata e motivata, può cambiare la vita di queste persone. Può aprire porte, far scoprire talenti nascosti, dare strumenti reali per trovare lavoro. Ma come si può pretendere una docenza di questo livello quando si tratta i docenti come bancomat a disposizione? Quando si pagano dopo dieci mesi, quando si risponde con arroganza ai solleciti, quando si inseriscono clausole contrattuali che dicono “ti pago quando mi pare”?

Il risultato è che i docenti bravi, quelli che potrebbero fare davvero la differenza, se ne vanno. Resta solo chi non ha alternative, o chi lo fa tanto per fare. E chi ci rimette? Le persone in aula, quelle che avrebbero più bisogno di una formazione seria. È un sistema che tradisce proprio chi dovrebbe aiutare.

Il valore del lavoro professionale

Questi enti di formazione, che gestiscono fondi pubblici e privati, operano in un’attività di business. Hanno una struttura, dei guadagni. È inaccettabile che scarichino la loro disorganizzazione e le lungaggini burocratiche sui professionisti che erogano il servizio, usandoli come una banca a costo zero. Un ritardo di dieci mesi non è un incidente, è un modello di business. Un modello marcio.

Io, con la mia esperienza e la mia posizione, posso permettermi di dire di no. Posso permettermi di aspettare e di non accettare più incarichi da chi non rispetta il mio lavoro. Ma non tutti possono. E questo è il vero problema. Un giovane professionista, un freelance alle prime armi, qualcuno che conta su quei soldi per vivere, non ha questa libertà. E viene schiacciato da un sistema che lo tratta come un fornitore di serie B.

Take Away: cosa fare se fate formazione (o volete farla)

Se fate formazione, o state pensando di farlo, ecco il mio consiglio, nato dall’esperienza:

Prima di accettare qualsiasi incarico, pretendete un contratto in cui sia indicato un termine di pagamento definito e ragionevole. Non 120 giorni, non “quando ci pare”, non clausole vaghe come quella che ho trovato io. Un termine preciso: 30, 60 giorni al massimo. Se nel contratto trovate scritto qualcosa come “Il pagamento avverrà su indicazione discrezionale” o formule simili, non firmate. Non accettate il lavoro. Non importa quanto sia urgente, quanto vi serva, quanto vi promettano. È una trappola.

Guardate le condizioni di pagamento con la stessa attenzione con cui guardate il compenso. Anzi, di più. Perché un compenso alto che arriva dopo un anno vale meno di un compenso medio che arriva in 30 giorni? E soprattutto, difende la vostra dignità professionale.

E ricordate: quando accettate condizioni indecenti, non state solo danneggiando voi stessi. State contribuendo a un sistema che danneggia anche chi ha più bisogno di una formazione seria. Quelle persone in aula che contano su di voi per trovare una nuova strada.

Conclusione: un sistema che si mangia la coda

Questa esperienza, per quanto frustrante, è stata una lezione. Una lezione che condivido con voi, professionisti, freelance, docenti e chiunque venda il proprio tempo e la propria competenza. Il nostro lavoro ha un valore. E quel valore include il diritto a essere pagati in tempi civili. Se le condizioni non sono chiare e rispettose, la risposta deve essere un’unica: no, grazie. Meglio dedicare il proprio tempo a clienti che ci rispettano o a potare i rami secchi, come ho raccontato nel mio post sulla potatura autunnale. Perché a volte il miglior guadagno è evitare una perdita. E certe situazioni sono proprio questo: una perdita di tempo, di dignità, e alla fine, anche di soldi.

Ma perché i film e le serie TV che trasmettono fanno sempre più schifo?

Oggi inauguro un nuovo filone di articoli, uno spazio dedicato a un altro dei miei passatempi preferiti: le serie TV e il cinema. Si affiancherà ai viaggi e alla cucina, altri piaceri della vita che ogni tanto mi piace raccontare. Non aspettatevi critiche cinematografiche o analisi da addetto ai lavori, ma solo le riflessioni di un appassionato che, come molti di voi, si ritrova sempre più spesso a porsi una domanda precisa, quasi un lamento: ma perché i film e le serie TV che vediamo in streaming sembrano fare sempre più schifo?

Dal divano all’iPad, e ritorno: cronaca di uno spettatore (spesso) deluso

Chiariamo subito il mio profilo di spettatore. Non vado al cinema da anni e ho abbandonato la TV generalista da tempo immemore. Come tanti, sono approdato alle piattaforme streaming, godendomi la comodità di guardare ciò che volevo, quando volevo. Per un lungo periodo, il mio compagno di visione è stato un iPad, spaparanzato sul divano, a letto, o mentre mangiavo. Di recente, però, ho deciso di rimettere in salotto uno schermo come si deve, un 55 pollici, e ho ricominciato a guardare i contenuti con un occhio diverso, più attento.

Ed è qui che è iniziato il dramma. Prendi un film come Mechanic: Resurrection. Cast stellare: Jason Statham, Jessica Alba, Tommy Lee Jones. Budget presumibilmente alto. Ti aspetti un passatempo, certo, ma con un minimo di trama, di regia, di decenza. Invece, ti ritrovi davanti a un prodotto talmente insulso che ti sanguinano gli occhi. Una trama inesistente, dialoghi imbarazzanti, una noia mortale. L’ho interrotto, non ce l’ho fatta.

Immagine del film Mechanic: Resurrection

E non è un caso isolato. Penso a certe produzioni Marvel recenti, come i Fantastici 4, semplicemente inguardabili. Con budget milionari e franchise consolidati, com’è possibile partorire roba del genere? È un po’ come nei rapporti di lavoro: vedi un’azienda con un nome altisonante, un sacco di risorse, e poi scopri che dietro non c’è sostanza. È una di quelle che io chiamo Red Flag, quei segnali d’allarme che ti fanno capire che è meglio girare al largo. E nel mondo dello streaming, di Red Flag ne sto vedendo fin troppe.

Per fortuna, ogni tanto, qualche gioia c’è. Mi sono divertito a rivedere i due film di Jack Reacher con Tom Cruise: azione fatta come si deve, una storia che regge, un po’ di suspense. O una serie come Slow Horses su Apple TV+, con un immenso Gary Oldman: scrittura intelligente, personaggi memorabili, una trama che ti tiene incollato allo schermo. Ecco, questi sono gli esempi che mi fanno sperare che non tutto sia perduto.

Immagini dei film di Jack Reacher

La sensazione generale, però, è quella di trovarsi davanti a un buffet infinito, ma pieno di piatti scotti e senza sapore. Passi mezz’ora a scorrere cataloghi sterminati – quello che gli psicologi chiamano il “paradosso della scelta” – per poi finire, esausto, a non guardare nulla. A questo si aggiunge la “subscription fatigue”, la stanchezza da troppi abbonamenti, ognuno con il suo costo crescente. La rivoluzione che prometteva intrattenimento illimitato a basso costo ci ha davvero traditi?

Analizzando un po’ la situazione, ho individuato alcune verità scomode che spiegano questo declino.

1. Troppa scelta, prezzi troppo alti: la concorrenza ci ha fregati

La promessa era semplice: più concorrenza uguale più scelta e prezzi migliori. La realtà? Un disastro. La concorrenza ha portato alla frammentazione. I contenuti che prima erano su un’unica piattaforma, ora sono sparsi su decine di “isole” diverse, costringendoci a sottoscrivere abbonamenti multipli. Il risultato è che oggi, per avere un pacchetto completo, spendiamo più di quanto spendevamo per la vecchia e odiata TV via satellite. E i prezzi continuano a salire. Non sorprende che il 60% degli utenti europei non possa permettersi tutti gli abbonamenti che vorrebbe e che la pirateria stia tornando di moda, non come furto, ma come soluzione logica a un mercato insostenibile.

Immagine che rappresenta la fatica da abbonamento

2. Le “Guerre dello Streaming” sono finite. Ha vinto Netflix.

Nonostante le apparenze, la guerra ha già un vincitore. Dopo un momento di crisi nel 2022, Netflix ha cambiato strategia: meno ossessione per il numero di abbonati, più attenzione ai ricavi, introducendo pubblicità e bloccando la condivisione delle password. Ha funzionato. Nel frattempo, i concorrenti annaspano. Disney ha accumulato perdite per oltre 11 miliardi di dollari e Paramount è talmente messa male che sta pensando di vendere. L’ironia finale? Per fare cassa, questi stessi concorrenti stanno tornando a vendere i loro contenuti in licenza proprio a Netflix. Una resa quasi incondizionata, come ammesso dallo stesso CEO di Disney, Bob Iger, che ha definito Netflix “il gold standard”.

3. Dietro ogni maratona TV c’è un lavoratore precario

L’abbuffata di contenuti ha un costo umano invisibile. La fame insaziabile delle piattaforme ha creato un’industria dove si lavora tanto, ma si lavora male. Un’indagine della Fondazione Brodolini ha rivelato che la digitalizzazione ha svalorizzato le competenze tecniche, peggiorando compensi e condizioni contrattuali. Si viene pagati per i giorni di ripresa, ma tutto il lavoro di preparazione e post-produzione spesso non viene riconosciuto. Il risultato è un paradosso doloroso: professionisti appassionati del loro lavoro, ma frustrati da compensi inadeguati. Come riassume una testimonianza: “Si lavora, ma si lavora male”. E la qualità del prodotto finale, inevitabilmente, ne risente.

4. L’algoritmo non è tuo amico, è il nuovo padrone

C’è stata un’effimera età dell’oro in cui lo streaming sembrava il paradiso della creatività. Piattaforme come Netflix offrivano budget generosi e totale libertà a registi di fama per produrre capolavori. Quell’epoca è finita. Oggi comanda l’algoritmo. Le decisioni sono guidate dai dati, analizzando i comportamenti di milioni di utenti per creare prodotti “a formula”, che replicano successi passati e riducono il rischio. Ma, come sostiene il regista Flavio Parenti, “non sono i dati a creare la bellezza, ad emozionare o a far sognare. È l’anima del poeta che affronta con coraggio la possibilità di fallire”. L’algoritmo, per sua natura, non può scoprire nulla di nuovo. Può solo rimescolare il già visto, portando a un’omologazione che uccide l’anima dei film e delle serie TV.

5. La formula segreta del successo? Non esiste

Mentre gli studios si affidano ciecamente ai dati, la scienza dimostra che una formula per il successo non esiste. Uno studio ha analizzato le interazioni tra i personaggi in alcune serie famose, scoprendo che le regole del successo sono completamente diverse da un caso all’altro. Per Game of Thrones, troppi personaggi in un episodio infastidivano gli spettatori. Per Breaking Bad, al contrario, gli episodi con gruppi di personaggi molto uniti erano i più apprezzati. Se le regole cambiano così radicalmente per due delle serie più acclamate di sempre, l’idea di una formula universale è semplicemente un’illusione.

Conclusione: La prossima puntata

La crisi dello streaming ci ha messo di fronte a una dura realtà: la promessa di libertà si è trasformata in una gabbia dorata di algoritmi e logiche di profitto. La battaglia per il nostro tempo è diventata una lotta tra la fredda matematica dei dati e l’imprevedibile creatività umana. La domanda, a questo punto, è: quale modello vincerà? Continueremo a essere sommersi da storie nate da formule, o ci sarà ancora spazio per artisti che osano fallire per creare qualcosa di veramente nuovo? E soprattutto, quali racconti definiranno la nostra epoca? Staremo a vedere. Forse.

Il valore del disaccordo: perché preferisco un confronto intelligente a un consenso superficiale

TL;DR ascolta il podcast

Questa riflessione, destinata a un post del mio blog e a un podcast, si concentra su un concetto forse audace, ma su cui è fondamentale soffermarsi: preferisco il disaccordo con persone intelligenti piuttosto che l’accordo incondizionato con chi reputo meno brillante.

Il mio punto è chiaro: non amo confrontarmi con chi rifiuta il confronto o la ragione. Questo vale per ogni aspetto della mia vita, dal lavoro ai rapporti personali. A sessant’anni, non sento più il bisogno di piacere a tutti. Desidero impiegare il mio tempo libero, quello dedicato al relax e al dialogo, con persone che stimo e rispetto intellettualmente.

Il problema del confronto sterile

In una discussione, con una persona intelligente si può dialogare, si può arrivare a un confronto costruttivo, anche mantenendo le proprie posizioni, o arricchendosi reciprocamente. Al contrario, quando mi imbatto in chi non riesce a sostenere un dialogo o propone ragionamenti superficiali, mi sento a disagio. Non ho piacere a prolungare il tempo con queste persone, né tantomeno a intavolare discussioni, che sarebbero inutili.

Non si tratta di snobismo, né della pretesa che ogni persona incontrata ci piaccia. Parlo qui di individui con cui scelgo di intrattenermi e con cui condivido il mio tempo. Sul lavoro, ovviamente, si è spesso costretti a interagire con una varietà di persone. Tuttavia, si può sempre definire il livello di coinvolgimento e la qualità della relazione.

Red Flag e rapporti professionali: saper scegliere con chi confrontarsi

Richiamo qui il concetto di “Red Flag” già affrontato in un mio precedente articolo: quei segnali, fin dai primi scambi, che indicano un certo atteggiamento, una visione o un metodo di ragionamento. Lo stesso vale per i rapporti con fornitori, collaboratori o agenzie che, per negligenza o disinteresse, non si curano di comprendere le informazioni fornite, come ho raccontato nel post dedicato ai rapporti con colleghi e partner. Questi comportamenti per me rappresentano ostacoli alla relazione e alla comprensione.

Il mio intento non è insegnare, ma semplicemente segnalare una “red flag”: quando l’interlocutore non comprende, non vuole comprendere, non motiva le sue decisioni o non è aperto allo scambio. In questi casi, la mia conclusione è: “red flag, scappa”. Non ho alcun interesse a interagire.

Conclusione: scegliere la qualità del confronto

In definitiva, la mia non è una dichiarazione di superiorità intellettuale, ma una scelta di campo. Scelgo di circondarmi di persone che mi stimolino, che mi mettano in discussione, che mi costringano a pensare. Anche a costo di un disaccordo. Perché un disaccordo intelligente è mille volte più prezioso di un consenso superficiale e acritico. È da lì che nascono le idee migliori, le soluzioni più innovative e, in fondo, la vera crescita personale e professionale.

Autunno: tempo di potatura. Anche nel business.

TL;DR:

Oggi parliamo di potatura, ma non nel senso tradizionale, quello che si fa in vigna o nel frutteto. No, la nostra potatura è metaforica, e si applica al lavoro, al business e, perché no, anche alla vita. È un concetto che mi è particolarmente caro, e che preferisco di gran lunga alle più blande “pulizie di primavera”. Perché la potatura non è solo pulire, è un atto chirurgico, una scelta strategica per eliminare ciò che non serve più, ciò che appesantisce, ciò che impedisce la crescita. È tagliare i rami secchi, le attività che rendono l’intera struttura un groviglio inestricabile, soffocando il movimento, la crescita e lo sviluppo. Nel mondo dello sviluppo software, questo groviglio ha un nome ben preciso: debito tecnico.

Il debito tecnico è l’insieme di tutte quelle scorciatoie, soluzioni temporanee e compromessi che si accumulano nel tempo, rendendo ogni modifica futura più lenta, costosa e rischiosa. Proprio come un albero infestato da rami secchi, un’azienda appesantita dal debito tecnico fatica a innovare e a rispondere con agilità alle sfide del mercato. La potatura, in questo contesto, si chiama refactoring: un processo di ristrutturazione del codice e dei processi esistenti per migliorarne la chiarezza, l’efficienza e la manutenibilità, senza alterarne il comportamento esterno.

L’idea è semplice, ma potente: concentrarsi sui rami più forti, quelli che promettono i frutti migliori. Dare loro luce, spazio, tempo. Ma anche visibilità e opportunità di crescita. Questo, nel mio mondo, si traduce in un business più sviluppato, più robusto, proprio come una pianta rigogliosa. È fondamentale, quindi, potare senza esitazione, eliminando i cespugli bassi che rubano energia e rimuovendo i “semi vuoti” – quelle piccole opportunità o progetti pilota che, pur sembrando interessanti, alla fine sottraggono linfa vitale e tempo prezioso ai rami davvero importanti.

La mia “foresta” di opportunità: un difetto che diventa virtù (e poi no)

Nel mio lavoro, ho sempre avuto una tendenza, forse un difetto, a voler fare troppe cose. Il settore tecnologico, in cui opero da oltre quarant’anni, è un vero e proprio giardino dell’Eden per chi, come me, è sempre alla ricerca di stimoli e opportunità. Ho una discreta esperienza nel business dell’innovazione e, periodicamente, colgo al volo molte occasioni per sviluppare il lavoro. Entro in contatto con innumerevoli clienti che necessitano di soluzioni e, grazie alle competenze mie e della mia società, composta da quasi 15 collaboratori, riusciamo a sviluppare molteplici progetti. Questo mi porta, quasi naturalmente, ad avviare nuovi percorsi e a cercare nuove opportunità, un po’ come un esploratore che non si stanca mai di scoprire nuove terre.

Questa mia propensione a spaziare, a non iperspecializzarmi su un unico ambito professionale, un prodotto, una tecnologia o un tipo di servizio, è stata per lungo tempo una fonte di forza. In momenti di mercato incerti, o quando una tecnologia diventava obsoleta, la mia versatilità mi ha permesso di navigare le acque agitate senza affondare. È stata una sorta di assicurazione contro l’obsolescenza, una strategia di diversificazione ante litteram. Ma, come ogni strategia, ha i suoi limiti e, a volte, i suoi costi nascosti.

Immagine: Concentrarsi sui rami più forti

Ho sempre lavorato con l’ottica di dare la massima attenzione e qualità a ogni occasione e a ogni cliente. Non ho mai valutato il tipo di cliente per dimensione o complessità, ma piuttosto l’opportunità di fare bene e trovare una buona soluzione. La logica era semplice: ogni soluzione fornita a un cliente soddisfatto può portare a molte altre opportunità. Se non si risponde a una richiesta, il cliente cercherà altrove, e si potrebbero perdere anche le opportunità più importanti. La paura di perdere occasioni, di trovarsi con pochi clienti e poco lavoro, mi ha spesso spinto a percorrere ogni richiesta come una priorità assoluta. Un approccio che, col senno di poi, si è rivelato un’arma a doppio taglio.

L’errore di voler fare tutto: la lezione delle “Red Flag”

Ora, alla soglia dei sessant’anni, mi rendo conto che tutto questo è stato un errore, o forse no, ma sicuramente oggi è necessario un cambiamento. È tempo di concentrare il mio tempo e la mia attività su alcuni ambiti specifici, in base alla tipologia di progetto e cliente. Mi rifaccio al concetto di “Red Flag”, di cui ho parlato in un post precedente, che mi ha insegnato a evitare determinate situazioni e clienti. Una “red flag” nel mondo IT, ad esempio, è il cliente che chiede continuamente modifiche senza comprendere l’impatto sul progetto, generando quello che chiamiamo “scope creep” o slittamento dell’ambito. Questa settimana ho intrapreso un’operazione di potatura, eliminando una serie di attività, tipologie di clienti e relazioni che, sebbene interessanti o potenzialmente sviluppabili, in questo momento non lo sono e portano via energie ai settori che abbiamo costruito negli anni e che stanno portando ottimi risultati e clienti soddisfatti.

Immagine: Eliminare gli elementi improduttivi

Quindi, potare per crescere. Pulire per essere più efficienti e far sbocciare i rami più rigogliosi dell’azienda, che porteranno più frutti. Conto di ottenere questo risultato avendo analizzato i lavori sviluppati negli ultimi due anni, il tipo di clienti e il fatturato che alcuni di questi hanno generato. Mi concentrerò sui clienti con un rapporto più continuativo e di valore, privi di “Red Flags”, cercando di massimizzare l’esperienza con loro per attrarre altri clienti simili e progetti analoghi. Dove ci sono successi, ci sarà passaparola e possibilità di comunicare questi risultati all’esterno, attirando altri clienti con problemi o necessità simili.

Dal punto di vista pratico, occupandomi di tecnologia, ho scelto di uscire dall’ambito specifico della tecnologia in quanto tale, spostandomi verso il tipo di soluzioni che offriamo tramite la tecnologia. Non più vendere “codice” o “piattaforme”, ma risolvere problemi concreti di business. Quali problemi e necessità risolviamo? Questo sarà il fondamento su cui costruire la comunicazione, farsi trovare e raccontarsi. Ho deciso di ridurre il tempo dedicato a eventi, community e attività, senza eliminarli completamente, ma evitando di continuare a seminare senza una direzione chiara. È il momento di rallentare per concentrare le energie e poi riprendere a crescere. La metafora della potatura mi piace molto, soprattutto ora che siamo in autunno, un periodo in cui si taglia e si riduce per poi crescere più rigogliosi, forti e velocemente.

Red Flag: quando li vedi, scappa! (O almeno, rifletti bene)

TL;DR: ascolta il podcast

Nel mio percorso, lungo oltre quarant’anni, come sviluppatore software, consulente tecnico informatico in Cyber Security, Innovation Manager e formatore nell’uso delle nuove tecnologie, mi sono spesso imbattuto in quelli che oggi chiamo, con un pizzico di ironia ma tanta serietà, “red flag”. Non sono bandiere rosse da spiaggia, ma veri e propri segnali di pericolo che emergono durante le relazioni con i nostri clienti e partner, veri e propri campanelli d’allarme che identificano potenziali criticità, ostacolando le future collaborazioni lavorative.

TL;DR: guarda il riassunto in video

Nel tempo, ho imparato a riconoscere questi segnali sempre prima. Qualche volta, lo ammetto, ho persino cercato di farli emergere attraverso attività e azioni specifiche – quasi delle “criticità artificialmente costruite” – al fine di anticipare futuri problemi nella relazione professionale. Un po’ come un medico che provoca un piccolo starnuto per capire se il paziente ha l’influenza, ma con meno rischi per la salute (spero!).

Da oggi, ho deciso di tenere seriamente in conto questi segnali in modo estremamente attento e preventivo, per allontanarmi quanto prima da progetti e clienti che presentano tali caratteristiche. Un tempo, fino a un paio di anni fa, ero ossessionato dalla necessità di crescere e acquisire nuovi clienti e referenze. Per questo, ero spesso cieco di fronte a questi segnali premonitori di disastro. È stato un grande errore, perché in questi ultimi 10 anni mi ha fatto perdere tanto tempo e denaro. Ma, come si dice, “non tutto il male viene per nuocere”: lo considero una gavetta necessaria per fare esperienze e avere referenze di alto livello che ci sono servite per emergere.

Oggi, fortunatamente, sono finalmente nella condizione di poter scegliere. Preferisco dare maggior valore alla qualità delle relazioni che abbiamo con i nostri clienti rispetto al bisogno di accettare ogni lavoro che ci viene proposto. Quindi, ho deciso di dare retta al mio istinto e prestare più attenzione ai “red flag” che incontro durante i primi mesi di rapporto con un nuovo cliente. Perché, diciamocelo, la vita è troppo breve per clienti che ti fanno venire l’orticaria!

Clienti = Partner? Una Formula Scomoda ma Vera

Lo so, è una formula trita e ritrita, abusata e che suona falsa come l’ottone. Ma in realtà la mia azienda non vende prodotti: costruisce “soluzioni” insieme ai propri clienti. Di fatto, siamo partner nello sviluppo di qualcosa di valido ed efficace. Quindi, mai come nel nostro caso, tale affermazione è più vera. Il rapporto è paritetico e, per questo motivo, come in tutte le relazioni di partnership, sono importanti il rispetto reciproco, il guadagno reciproco (il famoso “win-win”) e la qualità della relazione. Se manca uno di questi ingredienti, la ricetta è destinata a fallire.

Red Flag: Segnali Premonitori di un Probabile Disastro (o di una Relazione Tossica)

Il concetto di “red flag” non si limita al mio lavoro, ma si estende a ogni aspetto della vita e delle relazioni personali. Oggi parliamo di clienti, ma questi segnali vanno considerati ovunque:

•Verso i clienti

•Verso i progetti da sviluppare

•Verso i collaboratori

•Verso i dipendenti

•Verso i fornitori e le tecnologie da adottare

•Verso nuove relazioni (amicizia e sentimentali)

Affrontiamo il tema in generale, parlando in particolare di clienti oggi, ma poi faremo un thread su LinkedIn con l’hashtag #redflag, dove stimolerò la discussione degli utenti sui vari segnali di pericolo di cui essere allertati. Perché, come si dice, “prevenire è meglio che curare”, soprattutto quando si tratta di mal di pancia professionali!

Alcuni Esempi Pratici: Quando il Cliente si Trasforma in un Fantasma (o Peggio)

Entriamo nel vivo della questione con alcuni esempi concreti di “red flag” che, nel corso degli anni, mi hanno fatto drizzare le antenne (e a volte anche i capelli!).

Il Cliente Sordo/Muto: “Non risponde alle email, non risponde al telefono o richiama quando lo cerchi”

Come detto, il nostro è un rapporto di partnership. Sto lavorando per risolvere un tuo problema, quindi mi aspetto che tu abbia a cuore la soluzione del tuo problema più di quanto ne abbia io. Invece, ti ritrovi con un cliente che non risponde alle email in cui gli chiedi di prendere decisioni, di fare scelte, di fornirti dati. Un vero e proprio fantasma digitale!

Io, per indole, sono preoccupato che qualcosa non vada nel verso giusto, anche quando non dipende da me, e quindi cerco di trovare una soluzione a ogni problema, sempre, perché non vorrei che la colpa/vergogna dell’insuccesso ricada su di me. Alcuni miei colleghi, forse in modo più pragmatico, pensano che se il cliente non risponde e quindi il lavoro si ferma o va male, il problema è suo e non nostro, e non si devono preoccupare di insistere e richiamarlo: “si farà vivo quando avrà veramente bisogno”.

Oggi, invece, voglio utilizzare questo “red flag” come segnale di necessità di fuga da questo cliente prima ancora di acquisire l’incarico e iniziare il lavoro: “se non ti sta a cuore questo progetto, è meglio che non lo incominciamo neppure insieme”. Perché, diciamocelo, nessuno vuole giocare a nascondino con il proprio lavoro!

“Tra Moglie e Marito…” Corri, Scappa, Sei Ancora in Tempo!

Non dico che tutte le aziende dove lavorano alla direzione sia la moglie che il marito di una coppia siano sempre un problema con cui collaborare, ma statisticamente i casi in cui questa condizione ha generato molti problemi sono maggiori rispetto al contrario. In particolare, quando i due incominciano a “bisticciare” davanti a te mentre si prendono decisioni sul progetto, capisci che i problemi sono dietro l’angolo e in una disputa con uno dei due tu l’avrai sempre persa. Un vero e proprio campo minato relazionale!

Quando il Suo Tempo Vale Più del Tuo: L’Equazione Sbagliata

Mi assumi per le mie competenze professionali e tecniche che mi permettono di darti un servizio che tu non puoi fare da solo. Non per fare una cosa che potresti fare per conto tuo, ma decidi di far fare alla mia società perché ti costo di meno. E poi ti arrivano le perle:

•”Mi è arrivata questa… ci puoi guardare tu?” E poi ti contestano le 2 ore di lavoro per quel task. E ti aprono un task inoltrando un thread di 5 email dove dovresti capire da altre 3 persone cosa vogliono, cosa serve al tuo cliente, e cosa devi fare tu… senza metterci la propria testa e attenzione. “Hey, il problema è tuo, non sono il tuo segretario e poi non decido io quanto spendere o cosa fare del tuo denaro… capisci prima cosa vuoi da me e poi me lo chiedi in modo chiaro e definito. Come detto, non facciamo i segretari… siamo degli ingegneri che risolvono problemi complessi con l’utilizzo della tecnologia.”

•”Perché fare questa cosa costa tanto? Per me ci vogliono pochi minuti…” In primis, se è una cosa che si fa in pochi minuti “per te”, fattela da solo. Secondo, se io lo posso fare in pochi minuti (e non è detto) e tu no, forse è per questo che mi paghi per farlo. Terzo, se sono io l’esperto tecnico, la quotazione la faccio io, non tu. Per ultimo, se non ti fidi di me, fai fare un altro preventivo, e se non ti piacciono le mie prestazioni, cambia fornitore. Semplice, no?

•”Ti rubo un attimo… tanto tu ci metti un secondo a fare questa cosa…” Rispetto! Devi avere rispetto del mio tempo e del mio lavoro: la parola “rubare” è già un “red flag” di per sé. Per quale motivo vuoi fare una cosa illegale e proprio a me, come rubare? Poi, sei consapevole di quanto sia costoso interrompere il lavoro di un programmatore mentre sta sviluppando? Rispondere a una tua telefonata, email o chat vuol dire perdere focus, concentrazione, anche mezz’ora di lavoro. Ed infine: stiamo lavorando… perché devo regalarti il mio lavoro? Se questa cosa che mi porterà via un secondo ti serve, è giusto che la paghi e non me la “rubi”. Hai bisogno di un supporto H24 che quando ti serve sia subito disponibile? Assumi un dipendente e pagagli anche tutti i tempi morti in cui non ti serve, la sua formazione ed istruzione. Io e i miei collaboratori lavoriamo, quindi ogni richiesta è di tipo professionale e va gestita come tale.

Immagine: La frustrazione del developer interrotto

“Non seguono le regole operative che gli hai spiegato tante volte: Sono troppo complicate”

Nel nostro lavoro, le regole e le procedure sono necessarie per poter ottenere dei risultati in modo efficace, economico e funzionale. Di nuovo, ti ricordo caro cliente che non sono un tuo dipendente o assistente: se è quello che ti serve, assumilo. Noi ti forniamo un servizio e un prodotto e per farlo abbiamo procedure e regole: imparale e seguile… come dico sempre: tu decidi con chi lavorare… io decido come e quanto mi devi pagare.

Il Brief sul Tovagliolo di Carta: “Vorrei fare un sito…”

“Vorrei fare un sito”, “vorrei sviluppare un App”, “mi serve un gestionale”. Ottimo: siamo qui per questo, qual è il progetto? Mi mostra l’analisi? Il mockup? Le regole di business? “No, ho tutto qui nella mia testa” e “non posso spendere 5.000€ per un progetto esecutivo, completo di business analysis, work-flow e mockup”. Ciaoone. Avanti il prossimo. Perché, diciamocelo, costruire un software senza un progetto è come costruire una casa senza fondamenta: prima o poi crolla, e il conto sarà salatissimo!

Il Preventivo per un Lavoro di 2 Ore: La Follia dei “Pochi Minuti”

“Mi fai questo intervento qui… a…b…c… quanto costa?” La nostra risposta è sempre: “Incomincio a guardarci e se ci metto più di 4 ore ti faccio avere un preventivo, sotto fatturo T&M.” “No, 4 ore è troppo… per procedere mi serve un preventivo…” “Provo a dirtelo diversamente”… OK il preventivo è 300€ e qui ti spiego il perché… anche con un video così non ti affatichi troppo a leggere. “Ma come? Perché così tanto?” Ciaooone! Questo è un classico “red flag” che indica una scarsa comprensione del valore del lavoro e del tempo. Per approfondire questo tema, ti consiglio la lettura di Preventivo a corpo vs assistenza tecnica: perché nel software custom la stima precisa è praticamente impossibile.

La Domanda a cui Segue la Risposta Ignorata: Il Dialogo tra Sordi

Ti fanno una domanda: gli rispondi che possono fare A o B per questi motivi e ti rispondono “voglio C” senza aver letto nulla della tua spiegazione che ti è costata 2 ore di lavoro per scrivergliela. Un classico esempio di comunicazione a senso unico, dove il tuo tempo e la tua expertise vengono completamente ignorati. Un vero e proprio “red flag” per la pazienza!

Il Pagamento “Creativo”: Quando le Scadenze Sono un Optional

Ti fa sempre penare per rispettare le scadenze di pagamento a fine mese e gli proponi pagamenti automatici con carta di credito per i piccoli importi ricorrenti e addebito in conto SEPA o con RIBA per le scadenze concordate sulle fatture senza costi di incasso per semplificare ad entrambi la gestione degli incassi. E ti dice di No, perché preferisce pagarti con Bonifico Bancario così controlla meglio quando pagarti effettivamente… ma implicitamente ti sta dicendo che “gli accordi di scadenza di pagamento che avete preso non valgono nulla e lui vuole poterti pagare come e quando decide lui” – Ciaoooone! Un “red flag” enorme sulla fiducia e la serietà del rapporto commerciale. Per evitare queste situazioni, è fondamentale avere chiarezza sui termini di pagamento e sull’assistenza, come discusso in Assistenza tecnica senza contratto: quando il supporto incontra la realtà.

Software Custom Senza Manutenzione AM: Un Suicidio Digitale

Quando vogliono lo sviluppo di un software custom, un sito e-commerce o intranet o complesso e in tutti i casi non vogliono un contratto di manutenzione AM annuale. Se fai un software custom e decidi di non fare un contratto AM, i casi sono due:

A: non ti serve quel software veramente perché per te non è critico che funzioni sempre e al meglio, quindi puoi anche permetterti di aspettare quando ha un problema o trovarti con il software che non è più aggiornabile. B: non hai capito come funziona il software su misura e non ti interessa capirlo.

In entrambi i casi… “red flag”! Sarà difficile poi in seguito farti capire perché con un software su misura ti serve supporto: o lo hai interno o lo contrattualizzi. Questo è un punto cruciale che approfondiamo in Contratti di Application Maintenance (AM).

Red Flag Ovunque: Non Solo nel Business

Questi segnali di pericolo non si limitano al mondo del lavoro. Le “red flag” sono ovunque, e imparare a riconoscerle è un superpotere che ti salverà da un sacco di grattacapi, sia professionali che personali. Pensaci:

•Verso i clienti: Come abbiamo visto, possono trasformare un progetto promettente in un incubo.

•Verso i progetti da sviluppare: Un progetto senza un brief chiaro è una “red flag” gigante.

•Verso i collaboratori: Se un collaboratore non rispetta le scadenze o le regole, è un segnale d’allarme.

•Verso i dipendenti: Atteggiamenti negativi o scarsa proattività possono indicare problemi più profondi.

•Verso i fornitori e le tecnologie da adottare: Scegliere un fornitore solo per il prezzo più basso, ignorando la qualità, è una “red flag” che ti costerà cara.

•Verso nuove relazioni (amicizia e sentimentali): Anche qui, i segnali di allarme precoci possono evitarti delusioni future.

Immagine: Red Flag in diversi contesti della vita

Implicazioni Pratiche: Non Sempre Fuggire, Ma Sempre Riflettere

Le “red flags” non indicano necessariamente di rifiutare subito un cliente o una collaborazione, ma sono segnali utili per prepararsi a una possibile gestione più complessa o a valutare se la collaborazione è vantaggiosa o rischiosa. Sono come i segnali stradali: non ti dicono di non andare avanti, ma ti avvisano di rallentare, prestare attenzione o prendere una strada alternativa. Questi concetti appaiono in guide, articoli di business, post professionali e anche in contesti legati alla sicurezza informatica e prevenzione phishing, dove le “red flags” sono segnali di attenzione da non ignorare.

In sintesi, la mia esperienza mi ha insegnato che la capacità di riconoscere e agire in base alle “red flag” è fondamentale per la salute del tuo business e della tua sanità mentale. Non si tratta di essere cinici, ma di essere pragmatici e proteggere il proprio tempo, le proprie risorse e la propria reputazione. E, come sempre, la trasparenza e la chiarezza sono le armi migliori per affrontare (o evitare) queste situazioni. Per chi vuole approfondire ulteriormente le dinamiche di collaborazione e gestione dei progetti, consiglio anche la lettura di questo playbook su Manus.

Il Brief sul Tovagliolo di Carta: “Vorrei fare un sito…”

“Vorrei fare un sito”, “vorrei sviluppare un App”, “mi serve un gestionale”. Ottimo: siamo qui per questo, qual è il progetto? Mi mostra l’analisi? Il mockup? Le regole di business? “No, ho tutto qui nella mia testa” e “non posso spendere 5.000€ per un progetto esecutivo, completo di business analysis, work-flow e mockup”. Ciaoone. Avanti il prossimo. Perché, diciamocelo, costruire un software senza un progetto è come costruire una casa senza fondamenta: prima o poi crolla, e il conto sarà salatissimo!

Immagine: Il brief sul tovagliolo di carta

Il Preventivo per un Lavoro di 2 Ore: La Follia dei “Pochi Minuti”

“Mi fai questo intervento qui… a…b…c… quanto costa?” La nostra risposta è sempre: “Incomincio a guardarci e se ci metto più di 4 ore ti faccio avere un preventivo, sotto fatturo T&M.” “No, 4 ore è troppo… per procedere mi serve un preventivo…” “Provo a dirtelo diversamente”… OK il preventivo è 300€ e qui ti spiego il perché… anche con un video così non ti affatichi troppo a leggere. “Ma come? Perché così tanto?” Ciaooone! Questo è un classico “red flag” che indica una scarsa comprensione del valore del lavoro e del tempo. Per approfondire questo tema, ti consiglio la lettura di Preventivo a corpo vs assistenza tecnica: perché nel software custom la stima precisa è praticamente impossibile.

La Domanda a cui Segue la Risposta Ignorata: Il Dialogo tra Sordi

Ti fanno una domanda: gli rispondi che possono fare A o B per questi motivi e ti rispondono “voglio C” senza aver letto nulla della tua spiegazione che ti è costata 2 ore di lavoro per scrivergliela. Un classico esempio di comunicazione a senso unico, dove il tuo tempo e la tua expertise vengono completamente ignorati. Un vero e proprio “red flag” per la pazienza!

Il Pagamento “Creativo”: Quando le Scadenze Sono un Optional

Ti fa sempre penare per rispettare le scadenze di pagamento a fine mese e gli proponi pagamenti automatici con carta di credito per i piccoli importi ricorrenti e addebito in conto SEPA o con RIBA per le scadenze concordate sulle fatture senza costi di incasso per semplificare ad entrambi la gestione degli incassi. E ti dice di No, perché preferisce pagarti con Bonifico Bancario così controlla meglio quando pagarti effettivamente… ma implicitamente ti sta dicendo che “gli accordi di scadenza di pagamento che avete preso non valgono nulla e lui vuole poterti pagare come e quando decide lui” – Ciaoooone! Un “red flag” enorme sulla fiducia e la serietà del rapporto commerciale. Per evitare queste situazioni, è fondamentale avere chiarezza sui termini di pagamento e sull’assistenza, come discusso in Assistenza tecnica senza contratto: quando il supporto incontra la realtà.

Immagine: Il Red Flag del pagamento

Software Custom Senza Manutenzione AM: Un Suicidio Digitale

Quando vogliono lo sviluppo di un software custom, un sito e-commerce o intranet o complesso e in tutti i casi non vogliono un contratto di manutenzione AM annuale. Se fai un software custom e decidi di non fare un contratto AM, i casi sono due:

A: non ti serve quel software veramente perché per te non è critico che funzioni sempre e al meglio, quindi puoi anche permetterti di aspettare quando ha un problema o trovarti con il software che non è più aggiornabile. B: non hai capito come funziona il software su misura e non ti interessa capirlo.

In entrambi i casi… “red flag”! Sarà difficile poi in seguito farti capire perché con un software su misura ti serve supporto: o lo hai interno o lo contrattualizzi. Questo è un punto cruciale che approfondiamo in Contratti di Application Maintenance (AM).

Red Flag Ovunque: Non Solo nel Business

Questi segnali di pericolo non si limitano al mondo del lavoro. Le “red flag” sono ovunque, e imparare a riconoscerle è un superpotere che ti salverà da un sacco di grattacapi, sia professionali che personali. Pensaci:

•Verso i clienti: Come abbiamo visto, possono trasformare un progetto promettente in un incubo.

•Verso i progetti da sviluppare: Un progetto senza un brief chiaro è una “red flag” gigante.

•Verso i collaboratori: Se un collaboratore non rispetta le scadenze o le regole, è un segnale d’allarme.

•Verso i dipendenti: Atteggiamenti negativi o scarsa proattività possono indicare problemi più profondi.

•Verso i fornitori e le tecnologie da adottare: Scegliere un fornitore solo per il prezzo più basso, ignorando la qualità, è una “red flag” che ti costerà cara.

•Verso nuove relazioni (amicizia e sentimentali): Anche qui, i segnali di allarme precoci possono evitarti delusioni future.

Immagine: Red Flag in diversi contesti della vita

Implicazioni Pratiche: Non Sempre Fuggire, Ma Sempre Riflettere

Le “red flags” non indicano necessariamente di rifiutare subito un cliente o una collaborazione, ma sono segnali utili per prepararsi a una possibile gestione più complessa o a valutare se la collaborazione è vantaggiosa o rischiosa. Sono come i segnali stradali: non ti dicono di non andare avanti, ma ti avvisano di rallentare, prestare attenzione o prendere una strada alternativa. Questi concetti appaiono in guide, articoli di business, post professionali e anche in contesti legati alla sicurezza informatica e prevenzione phishing, dove le “red flags” sono segnali di attenzione da non ignorare.

In sintesi, la mia esperienza mi ha insegnato che la capacità di riconoscere e agire in base alle “red flag” è fondamentale per la salute del tuo business e della tua sanità mentale. Non si tratta di essere cinici, ma di essere pragmatici e proteggere il proprio tempo, le proprie risorse e la propria reputazione. E, come sempre, la trasparenza e la chiarezza sono le armi migliori per affrontare (o evitare) queste situazioni.

Ma esistono anche i “Green Flag”?

Certamente si, ed è altrettanto importante saperli riconoscere e valorizzare… magari ne parliamo in un prossimo post.

Intanto ti invito a commentare qui con i tuoi Red Flag o Green Flag professionali.

A volte i clienti peggiori sono quelli con cui dovresti invece avere il rapporto migliore: i tuoi colleghi e partner

TL;DR? ascolta il podcast

Anni fa, con la mia Società di Servizi informatici e di sviluppo software su commessa, che definisco una “software factory” per lo sviluppo di progetti digitali e web, decisi di rivolgere i nostri servizi prevalentemente ad aziende del nostro stesso settore. Questo includeva professionisti come agenzie di marketing e comunicazione, altre software house o i reparti di sviluppo software interni ad aziende strutturate.

L’idea alla base di questo modello di business era dialogare con persone del nostro stesso settore, che conoscessero bene i fondamentali dello sviluppo e della gestione di un progetto software custom.

Su questo argomento, ho scritto molto nel tempo, e ci sono diversi documenti sul sito che approfondiscono questi aspetti.

Comprendo che possano esistere diversi metodi e approcci sia allo sviluppo che alla progettazione, ma sono convinto che ci siano delle basi di riferimento che un professionista non può permettersi di ignorare.

Negli ultimi 7-8 anni, ho puntato a specializzare l’attività della mia società nella costruzione di una metodologia di lavoro, nell’organizzazione e nello sviluppo di processi. Ho tralasciato la parte più gestionale, ma anche la governance dei rapporti con i clienti finali, che solitamente non conoscono le problematiche e le metodologie di lavoro nello sviluppo di un progetto custom. Il nostro obiettivo era fornire la migliore esperienza di sviluppo tecnico e competenza, convinti che lavorare con un’agenzia o un’altra software house avrebbe reso il metodo più raffinato e sicuramente più fluido ed efficace.

Purtroppo, in questi anni ho scoperto che questa convinzione non è sempre vera. Anzi, devo dire che la mia lunga esperienza mi sta portando a trovare molto più spesso difficoltà nella gestione dei rapporti con i colleghi rispetto a un rapporto sano e diretto con un cliente finale. Un cliente che decide di capire l’approccio, investe tempo e segue i ragionamenti e le necessità alla base di ogni modello di business.

Ritengo, e questo è il modo in cui ho sempre operato, che debba esserci un approccio che porti beneficio a entrambe le parti. Se entrambe le parti non traggono un risultato positivo, prima o poi una delle due cercherà alternative. Questo vale ovviamente anche per le collaborazioni con i colleghi, soprattutto quando questa regola basilare non viene rispettata.

Purtroppo, nei rapporti con agenzie e software house, ho spesso riscontrato tentativi di addebitarci ogni costo extra e di negoziare ogni singola attività.

Domande come

“Puoi ridurre il costo?”

“Perché ci vuole così tanto tempo?”

oppure

“Perché questa parte è così cara?”

non dovrebbero essere poste da un collega che comprende il funzionamento del software e la gestione dei bug. Mantenere un software implica anche curare gli aspetti di manutenzione e sicurezza, punti che sottolineo costantemente. Tuttavia, uno dei problemi maggiori è che i miei interlocutori sono spesso poco tecnici, disinteressati a comprendere e persino riluttanti a dedicare pochi minuti alla lettura di un documento per capire il nostro modus operandi.

Alcuni esempi concreti: Quando la Pazienza Finisce

Scrivo questo blog a livello personale e mi sono ripromesso di non fare nomi o coinvolgere la mia azienda e i miei colleghi in questioni polemiche, per non danneggiare il loro lavoro. Personalmente, a quasi 60 anni di età, ho esaurito la mia pazienza. Non ho più bisogno di dimostrare la mia competenza o professionalità, acquisite in oltre 40 anni di carriera e numerosi progetti. Tuttavia, mi trovo in una posizione in cui tollero sempre meno certi atteggiamenti e modi di pensare (o non pensare) di molti interlocutori, siano essi clienti finali o colleghi professionisti di altre aziende con cui collaboriamo. Ho già affrontato questo tema in altri articoli. Oggi cerco di dare un senso a queste affermazioni raccontando alcuni casi concreti, senza citare nomi o situazioni specifiche. È possibile che alcuni dei protagonisti si riconoscano nei dettagli che descriverò.

Il Ciclo Infinito con l’Agenzia: Una Storia di Collaborazione Difficile

La nostra relazione con una specifica agenzia, inizialmente nata tramite il nostro ruolo nell’Apple Consultant Network (ACN) per conto dell’Apple Store locale, si è rivelata un percorso costellato di sfide e incomprensioni, nonostante i nostri ripetuti tentativi di instaurare una partnership solida e duratura.

Inizi Difficili e Occasioni Perse

Il primo contatto ci ha visti impegnati nella risoluzione di problemi di rete e nell’ottimizzazione del flusso di lavoro per il loro team creativo. Sebbene l’agenzia fosse in forte crescita, il direttore, privo di competenze tecniche, non mostrò interesse per i nostri servizi di “software factory” e hosting managed di qualità. La mia proposta di ampliare la collaborazione, considerando le nostre diverse competenze (specialisti Apple, rivenditori Adobe, Microsoft, AWS, Google, esperti di cybersecurity e privacy), venne declinata. Forse il lead iniziale tramite Apple Store non era perfettamente allineato.

Anni dopo, emerse un forte malcontento interno all’agenzia, con molti dipendenti che cercavano nuove opportunità, un segnale che, col senno di poi, avrebbe dovuto far riflettere.

Tentativi di Riavvicinamento e Nuove Frustrazioni

Dopo circa due anni, un cliente “comune” ci riportò in contatto con l’agenzia, ormai cresciuta e con acquisizioni. Colsi l’occasione per proporre un incontro di approfondimento, mirando a una collaborazione più proficua, ma fummo nuovamente respinti.

Un anno fa, in seguito a un problema tecnico urgente sul progetto in hosting, intervenimmo prontamente. Rinnovai l’invito a sottoscrivere un contratto di manutenzione o un pacchetto di assistenza oraria. Senza un accordo, le attività di supporto richiedono preventivi e approvazioni amministrative, un processo inaccettabile in caso di urgenze. L’offerta fu ancora una volta rifiutata.

Intervento Gratuito e Rimprovero Inaspettato

Qualche mese dopo, il sito cessò di funzionare a causa della scadenza del certificato SSL. Gli avvisi erano indirizzati a un ex dipendente. Intervenni gratuitamente e con urgenza alle 7 del mattino per risolvere il problema, fornendo al mio contatto in agenzia l’accesso al pannello di hosting con privilegi di amministrazione e la ricezione degli alert. La mia email di segnalazione fu inviata alle 8 del giorno del guasto, dimostrando la nostra prontezza anche senza un contratto.

Invece di un ringraziamento, ricevetti un rimprovero dal Project Manager, che obiettava all’invio dell’invito al pannello di controllo a lui personalmente, in quanto la loro prassi prevedeva un account tecnico specifico. La mia reazione fu diretta: “Caro mio amico, se per 5 anni il sito è stato gestito così dalla precedente agenzia e non vi siete preoccupati di verificare, ringrazia se ho investito un’ora del mio tempo alle 7 del mattino per avvisarti e aiutarti a risolvere un problema, invece di prendertela con me per le tue inadeguatezze.”

Data l’evidente assenza di prospettive di collaborazione duratura e significativa (il nostro obiettivo è creare relazioni rilevanti, non gestire hosting occasionali e chiamate d’emergenza senza contratto), invitai l’agenzia a spostare il sito su un altro provider e a chiudere quanto prima la relazione.

L’Ultimo Atto: “Bug” e Lezioni di Tecnologia

Pochi giorni fa, l’agenzia, non avendo ancora cambiato provider, ci contattò per risolvere quello che definiva un “bug”, chiedendo un preventivo. Spiegai che preventivare un intervento software spot è quasi impossibile; in questi casi, è più conveniente acquistare un pacchetto ore T&M o aspettarsi un preventivo salato. L’interlocutore questa volta era diverso, forse una figura junior o una freelance “prestata” al progetto, dato che non compare nell’organico dell’agenzia.

E qui iniziò il “delirio”. Dopo un preventivo formale di 300€ + IVA per identificare e risolvere un problema al profilo di login su un sistema obsoleto e privo di manutenzione (dopo oltre 7 giorni dalla segnalazione del problema, 4 lunghe email esplicative e più di 3 ore impiegate in attività tecnico-commerciali, con il cliente che aveva il sito bloccato da una settimana), mi fu chiesto: “Perché ci vuole tanto (300€) per risolvere un ‘semplice bug’?”

A questo punto, decisi di dare una breve lezione di tecnologia e semantica alla “inesperta collega”. Spiegai gentilmente che se un software funziona per quattro anni e poi smette, non si tratta di un bug (un problema nel codice o nella configurazione originale), ma di un guasto, presumendo l’intervento di un fattore esterno. Inoltre, il costo di un intervento non è definito dalla semantica, ma dall’effort richiesto. Infine, 300€ per un intervento su un progetto fuori manutenzione e senza contratto è oggettivamente poco, meno di mezza giornata di lavoro.

A quanto pare, l’effetto desiderato è stato raggiunto. Spero che l’agenzia finalmente decida di spostare il sito dal nostro hosting. Non ho alcuna intenzione di ricevere cattive referenze per un nostro servizio solo perché l’agenzia non ha la lungimiranza di investire qualche centinaio di euro all’anno nella manutenzione di un sito WordPress custom, scaricando poi su di noi ogni emergenza.

Take Away di questa Storia: Lezioni Apprese e Principi Fondamentali

Questa vicenda, e molte altre simili, mi hanno portato a consolidare alcune lezioni fondamentali che desidero condividere:

In conclusione, la mia esperienza mi ha insegnato che la chiarezza, la trasparenza e il rispetto reciproco sono le basi di ogni collaborazione proficua, sia con i clienti finali che con i partner. E a volte, la lezione più importante è saper dire di no, per proteggere la propria professionalità e la qualità del proprio lavoro. Per chi vuole approfondire ulteriormente le dinamiche di collaborazione e gestione dei progetti, consiglio anche la lettura di questo articolo

Attenti a quei due, parte 2: L’esperienza IKEA e il Credito al Consumo per le Aziende

Continua da Attenti a que due: diffidare dalle proposte di finanziamento personali

Attenti a quei due, parte 2: L’esperienza IKEA e il Credito al Consumo per le Aziende

Nel mio precedente articolo, “Attenti a quei due: diffidare dalle proposte di finanziamento personali“, ho condiviso alcune riflessioni e un monito sui pericoli e le insidie nascoste dietro certe offerte di credito al consumo, specialmente quando queste si intrecciano con la sfera personale e professionale. Oggi, voglio riprendere quel filo conduttore, non per ribadire concetti già espressi, ma per aggiungere un nuovo capitolo a questa saga, un “addendum” aggiornato al 7 settembre 2025, che spero possa servire da ulteriore campanello d’allarme per imprenditori e professionisti.

hub-cesena.itLa mia esperienza più recente, legata all’espansione del nostro coworking Hub Cesena (https://Hub-cesena.it), ha messo in luce ancora una volta le criticità di un sistema che, pur presentandosi come flessibile e accessibile, nasconde trappole burocratiche e logiche obsolete, soprattutto quando si tratta di finanziare investimenti aziendali attraverso canali pensati per il privato. Un paradosso che, per chi come me opera da decenni nel mondo del business e della tecnologia, risulta non solo anacronistico, ma potenzialmente dannoso.

Il Contesto: Arredare l’Hub Cesena con un Occhio al Futuro

L’Hub Cesena è un progetto in continua evoluzione, un ecosistema unico e condiviso dove professionisti e piccole realtà del mondo digitale possono crescere, innovare e fare networking. In previsione di un’ulteriore espansione e per offrire spazi sempre più funzionali e accoglienti, ho deciso di riordinare e arredare in modo più dettagliato una serie di uffici e locali. Dopo un’attenta valutazione di diverse soluzioni, la scelta è ricaduta sui mobili IKEA, in particolare sulla serie MITTZON, che si è dimostrata perfetta per le nostre esigenze in termini di flessibilità, design e immagine. Un investimento significativo, che superava i 10.000 euro, per il quale avevo intenzione di avvalermi di una forma di finanziamento, dato che il sito IKEA stesso promuoveva opzioni anche per il business.

Problemi Riscontrati: Il Finanziamento IKEA tramite Agos, un Lupo Travestito da Agnello

Purtroppo, è qui che la favola si trasforma in un incubo burocratico. I responsabili IKEA, pur gentilissimi, si sono dimostrati poco esperti in materia di finanziamenti aziendali. Non mi hanno chiarito un dettaglio fondamentale: sebbene il finanziamento tramite Agos (una delle finanziarie più diffuse per il credito al consumo) sia associato all’acquisto aziendale, di fatto si configura come una forma di finanziamento a privati. Questo comporta due problemi principali, che rendono questa soluzione assolutamente scomoda e svantaggiosa per un’azienda:

  1. Complessitià gestionale: la gestione degli interessi, dei pagamenti e delle quadrature contabili diventa notevolmente più complessa per l’azienda a causa della mancanza di una documentazione di fatturazione strutturata come quella disponibile nei contratti di leasing o nei noleggi operativi. In queste situazioni, le aziende possono ritrovarsi ad affrontare un crescente onere amministrativo per tenere traccia degli elementi finanziari separati, quali il capitale e gli interessi pagati. La mancanza di una fatturazione chiara e univoca rende difficile allineare le spese con i bilanci contabili, complicando la riconciliazione contabile e il controllo dei flussi di cassa. Di conseguenza, questo può portare a inefficienze nei processi gestionali, aumentando il rischio di errori contabili e complicando l’ottimizzazione fiscale all’interno dell’azienda.
  1. Valutazione Creditizia sulla Persona Fisica: Il secondo, e forse più grave, problema è che la valutazione creditizia viene effettuata sulla persona fisica, che di fatto si trova a garantire per conto dell’azienda. Nel mio caso, nonostante l’azienda per cui stavo effettuando l’acquisto abbia un fatturato che quest’anno si attesterà sul milione di euro e non abbia alcun problema a sostenere una spesa di poche migliaia di euro, la mia situazione personale (legata al mio attuale reddito e ai finanziamenti già in essere, come descritto nel precedente articolo) mi impedisce di sostenere una rata anche di poche centinaia di euro al mese. Questo mi ha messo in una situazione paradossale, dove la solidità finanziaria dell’azienda non viene riconosciuta a causa di vincoli legati alla mia persona fisica.

Un Avvertimento e una Critica: Il Credito al Consumo non è per le Aziende

Questa esperienza mi spinge a ribadire con forza un avvertimento: diffidate da questo tipo di soluzioni di credito al consumo quando si tratta di investimenti aziendali. Non sono adatte alle imprese e, a mio parere, non dovrebbero essere promosse in questa maniera. Il motivo è duplice:

  1. Inadeguatezza Strutturale: Le soluzioni di credito al consumo sono pensate per le esigenze dei privati, non per le dinamiche finanziarie delle aziende. La loro struttura non tiene conto delle specificità fiscali e contabili del mondo imprenditoriale, creando complicazioni e inefficienze.
  1. Valutazioni Superficiali: Le valutazioni creditizie non si basano su criteri oggettivi legati alla solidità dell’azienda, ma su un semplice rating della persona fisica. Questo approccio miope ignora completamente il potenziale di crescita e la capacità di rimborso di un’impresa, penalizzando imprenditori che, pur avendo aziende floride, potrebbero avere situazioni personali complesse.

Soluzioni Alternative e Considerazioni Finali: La Ricerca di un Credito Adeguato

Di fronte a questa situazione, abbiamo deciso di gestire diversamente l’acquisto. Valuteremo un noleggio tramite GRENKE, un altro fornitore di servizi finanziari proposto da IKEA, o altre soluzioni più adatte alle esigenze aziendali. Quello che mi premeva sottolineare, ancora una volta, è come le proposte di credito al consumo, oltre che essere poco adatte alle aziende, siano spesso male proposte e promosse dagli stessi operatori commerciali, come IKEA, che forse dovrebbero avere una maggiore consapevolezza e formazione in merito.

È fondamentale che le aziende, e gli imprenditori in particolare, siano consapevoli di queste dinamiche e non si lascino ingannare da soluzioni apparentemente semplici, ma che in realtà possono rivelarsi un boomerang. Il credito per le imprese deve essere basato sulla solidità dell’impresa stessa, sul suo fatturato, sul suo potenziale di crescita, e non sulla situazione personale dell’imprenditore. Solo così si può garantire un accesso al credito sano e funzionale allo sviluppo economico.

Approfondisci su Attenti a que due: diffidare dalle proposte di finanziamento personali

La Gestione del Cliente: Una Lezione da Imparate

Nel mio percorso, lungo oltre quarant’anni, nel mondo della tecnologia e dell’imprenditoria, ho avuto modo di osservare e partecipare a innumerevoli evoluzioni. Ho visto nascere e tramontare tendenze, ho contribuito a plasmare soluzioni innovative e ho guidato aziende attraverso sfide complesse. In questo viaggio, una costante è sempre emersa con chiarezza cristallina: l’importanza della gestione del cliente. Non parlo solo dell’acquisizione di nuovi clienti, un aspetto indubbiamente vitale per ogni business, ma soprattutto della cura e dell’attenzione che si dovrebbe riservare a chi ha già scelto di affidarsi a noi. È un principio che ho sempre applicato nella mia attività professionale e che, purtroppo, ho visto troppo spesso trascurato da grandi realtà, come nel caso recente della mia esperienza con Enel Energia.

Questa storia non è solo un aneddoto personale, ma un monito per tutte le aziende che credono di poter ignorare il valore inestimabile di un cliente acquisito. Un cliente soddisfatto non è solo una fonte di entrate ricorrenti, ma un ambasciatore del brand, un potenziale acquirente di nuovi servizi e, in ultima analisi, un partner prezioso nel lungo termine. La mia vicenda con Enel Energia, e in particolare con il loro servizio di chat, è un esempio lampante di come una gestione superficiale e disinteressata possa trasformare un’opportunità in una delusione, spingendo il cliente verso la concorrenza. Analizziamo insieme cosa è successo e quali lezioni possiamo trarne, con la schiettezza che mi contraddistingue.

Il Contesto: Una Voltura Complicata e le Aspettative Disattese

La mia relazione con Enel Energia, per quanto temporanea e dettata da esigenze tecniche, avrebbe dovuto essere un terreno fertile per un potenziale futuro commerciale. Ero diventato loro cliente per la fornitura di gas in seguito a una voltura complessa: lasciando il mio vecchio appartamento, l’inquilino subentrante non poteva prendere in carico il contratto se prima non lo spostavamo a mio nome, ma sotto il nuovo operatore, Enel. Un’operazione gestita telefonicamente qualche mese fa, con un’operatrice che, devo ammetterlo, si era dimostrata gentile ed efficiente. Questo primo contatto positivo aveva, in qualche modo, instillato in me una fiducia iniziale, un barlume di speranza in un servizio clienti all’altezza.

Passati un paio di mesi, e superata la fase più critica, mi sono preparato per la successiva migrazione, una classica voltura per il nuovo inquilino dell’appartamento da Enel su Enel. Un’operazione di routine, si potrebbe pensare, ma che nel mondo dei servizi può trasformarsi in un vero e proprio campo minato se non gestita con la dovuta attenzione. La mia aspettativa era semplice: replicare l’esperienza positiva avuta in precedenza, magari con la stessa facilità e cortesia. Purtroppo, la realtà si è rivelata ben diversa, un chiaro esempio di come la disattenzione verso il cliente acquisito possa portare a conseguenze inaspettate e, per l’azienda, decisamente negative.

Il Primo Contatto con la Realtà: La Chat di Enel Energia

Il mio primo approccio per la nuova voltura è stato attraverso il sito web di Enel Energia. Ho cercato informazioni, sperando di trovare risposte rapide e chiare. Mi sono imbattuto nella chat online, un canale che, in teoria, dovrebbe garantire immediatezza ed efficienza. Ho provato con il chatbot, ma le risposte erano generiche e inutili. Le FAQ? Nessuna soluzione al mio problema specifico. Decido quindi di tentare la strada dell’operatore umano. E qui la prima sorpresa, positiva: alle 7 del mattino di sabato, un operatore risponde. Un punto a favore per la disponibilità, ma purtroppo l’unico.

Fornisco il mio codice cliente, non senza una punta di disappunto. Se sono loggato nel sistema, non dovrebbero già avere tutti i miei dati a portata di mano? Un piccolo dettaglio, ma che denota una mancanza di integrazione e attenzione all’esperienza utente. L’operatore mi informa che per procedere con la voltura ho bisogno di un numero specifico, il cosiddetto RAG (Registro Anagrafico Gas), o numero di installazione. Non avendolo sottomano, chiedo all’operatore se posso trovarlo nella mia dashboard, dato che siamo loggati. La risposta? Una chiusura brusca della connessione, con l’invito a ricontattare quando avrò il numero. Un atteggiamento sgarbato e frettoloso, che mi ha lasciato basito. Ho trovato il numero pochi secondi dopo, ma l’esperienza era già compromessa. Questo episodio, apparentemente minore, è in realtà un campanello d’allarme: la fretta di chiudere la conversazione, la mancanza di empatia e la rigidità dei processi sono segnali di un servizio clienti che non funziona.

Il Secondo Tentativo: La Fretta di Chiudere e l’Opportunità Persa

Nonostante la delusione del primo tentativo, non mi sono arreso. Ho riaperto la chat, questa volta preparato, snocciolando tutti i dati richiesti. Ho anche provato a sondare la possibilità di effettuare l’operazione telefonicamente, ricordando la buona esperienza avuta in precedenza. Mi è stato fornito un numero, ma prima che potessi replicare o chiedere ulteriori chiarimenti, la connessione è stata nuovamente chiusa. Un’altra chiusura brusca, un altro segnale di un servizio clienti che sembra avere come unico obiettivo quello di liberarsi del cliente il più velocemente possibile, senza curarsi delle sue reali esigenze o del potenziale di business che ogni interazione può rappresentare.

Analisi e Conclusioni: Quando il Cliente Acquisito Diventa un Costo

Queste due esperienze, seppur brevi, rivelano una profonda incomprensione da parte di Enel Energia (e, purtroppo, di molte altre grandi aziende) del valore strategico della gestione del cliente acquisito. Al di là della sgarbatezza del primo operatore, ciò che emerge con forza è una fretta eccessiva nel chiudere le interazioni, una sorta di ansia da prestazione che porta a sacrificare la qualità del servizio sull’altare della velocità. Ma cosa significa questo in termini di business? Significa perdere un’opportunità d’oro.

Un cliente già acquisito è un cliente che si fida, che conosce il tuo brand, che ha già superato la barriera dell’acquisto iniziale. È molto più facile vendergli nuovi servizi, fare upselling, o semplicemente mantenerlo fedele, piuttosto che acquisirne uno nuovo. Eppure, sembra che Enel abbia concentrato tutte le sue energie nella fase di acquisizione, attraverso il sito e i contatti commerciali, trascurando il supporto. L’operatore di chat, in questo contesto, non è visto come un punto di contatto strategico per la fidelizzazione o l’upselling, ma come un mero centro di costo da minimizzare, il cui obiettivo è ridurre al minimo la durata della conversazione. Questo approccio è miope e dannoso.

Il risultato? Il mio inquilino, che doveva subentrare, si è rivolto a uno sportello locale di Hera, un concorrente di Enel. Lì, ha risolto la sua pratica e ha anche provveduto alla voltura del gas con Hera. Complimenti a Hera per la sua gestione del supporto clienti! Questa vicenda ci insegna una lezione fondamentale: molte aziende non comprendono che la gestione del proprio cliente acquisito è cruciale, forse più importante dell’acquisizione di nuovi. È più semplice vendere a chi già ti conosce e si fida. Inoltre, la comodità del servizio online e telefonico, se non supportata da operatori capaci di interagire in modo opportuno, perde il suo valore. I punti vendita sul territorio, per quanto a volte inefficienti, possono ancora fare la differenza quando il supporto digitale fallisce.

Inoltre risulta chiaro come l’operatore nazionale dell’energia abbia scelto di investire le sue figure più valide nel reparto sales relegando al reparto support le persone più scarse (almeno in termini di customer support e sensibilità commerciale) perdendo di conseguenza un notevole potenziale economico.

In conclusione, l’esperienza con Enel Energia è un chiaro esempio di come la disattenzione verso il cliente acquisito, la fretta nella gestione delle interazioni e la mancanza di una visione strategica del supporto possano portare a perdere opportunità di business e a spingere i clienti verso la concorrenza. Un monito per tutte le aziende: investire nella cura del cliente è investire nel futuro del proprio business.

Attenti a que due: diffidare dalle proposte di finanziamento personali

premessa

Sono un imprenditore da più di 45 anni e ho sempre investito tutto quello che possedevo nella mia attività e a favore delle persone a cui voglio bene.

Questo ha fatto sì che alla soglia dei 60 anni non abbiamo ancora messo da parte il capitale necessario ed ora dovrò pensare all’ultima fase della mia vita, la vecchiaia (e sinceramente mi auguro non sia troppo lunga visto le prospettive ????) mettendo a frutto dal mio lavoro tutti i risparmi che potrò mettere da parte in questi ultimi 10 anni di lavoro.

Fortunatamente possiedo una bella azienda, lavoro con un bel team al lavoro ed occupo una posizione professionale e di mercato che mi permetterà sicuramente di accantonare un po’ di risparmi e consolidare la mia pensione integrativa, oggi indispensabile, considerando cosa potrò ricevere fra 8/10 anni dalla pensione di vecchiaia.

In questa serie di articoli, alla categoria finanza e risparmio, tratterò dei temi in oggetto al fine di poter condividere alcune delle mie esperienze (belle e brutte, ma prevalentemente brutte ???? ) che ho vissuto su questi temi.

Non sono propriamente un esperto di queste materie, ma come imprenditore sono stato costretto a imparare alcune cose utili, e dai miei errori e qualche successo, si può apprendere qualcosa di educativo per tutti.

Ti serve un poco di liquidità?

Questa è una delle tante email o sms che vi arrivano se avete (in corso o concluso) un finanziamento al consumo con uno di questi soggetti.

Contestualiziamo

Qualche anno fa ho decido di rifare la cucina con una ristrutturazione in casa e non avendo tutti i soldi necessari disponibili (ed erano veramente tanti quelli necessari ????) decisi di fare un finanziamento con “un paio* di istituti” : Fiditalia che già mi conosceva per precedenti pratiche svolte e chiuse senza problemi, e la mia banca dove ho anche acceso anni fa il mutuo di prima casa: (*purtroppo l’intera cifra che mi serviva non mi veniva erogata interamente da un singolo istituto).

Qualche settimana fa, ricevo questa email ed a seguire anche un sms con informazioni molto simili; considerando che ormai mi mancavano poche rate alla chiusura del finanziamento con Fiditalia (vedi qui il prospetto)

decido di verificare la possibilità di estendere il finanziamento per altri 5 anni con il proposito di consolidare i miei debiti e chiudere gli altri due finanziamenti che avevo in corso, così da ridurre tutto il mio debito verso solo due soggetti: la mia banca per il mutuo casa e Fiditalia per credito a consumo.

Purtroppo a metà dello scorso anno mi sono trovato invischiato mio malgrado in una ristrutturazione forzata del condominio dove ho casa (causa problemi al tetto con lavori urgenti da fare); inizialmente dovevano essere poche migliaia di euro in totale, ma poi la mia quota è presto lievitata – tra l’altro a mia insaputa – fino a poco più di 17.000€ (su questo episodio e sulle spese ripartite nei condomini sto diventanto mio malgrado un esperto e scriverò una serie di articoli in seguito sotto la categoria condominio); pertanto mi sono trovato di nuovo con l’esigenza di reperire liquidità immediata..

Fortunatamente, in famiglia ho alternative a cui rivolgermi se serve, ma volevo valutare la possibilità di consolidare i debiti e sistemare in un’unica operazione le mie diverse esigenze.

Accetto quindi di essere contattato dall’ufficio erogazioni crediti di Fiditalia via telefono e nel giro di pochi minuti, dopo una breve intervista, mi viene comunicato che il sistema non autorizzava la richiesta di finanziamento (ne chiedevo 12.000€ in 5 anni) e quindi tutta la proposta saltava ????.

Poco male… ci ho provato per vedere se mi potesse convenire o meno… ma…

Ringrazio comunque l’operatore segnalando gentilmente il fatto che

La prossima volta, visto che le verifiche sono così veloci, cercate di evitare l’invio di proposte che si sanno già che poi non concederete. Costerebbe meno a tutti!

Ma capisco che il mio sfogo sia inutile e probabilmente non è neppure così praticabile per chi come Fiditalia fa queste operazioni di marketing con bassissima profilazione preventiva.

Curiosamente, dopo qualche settimana, mi ricontatta l’ufficio di Fiditalia per chiedermi di fissare un appuntamento con un loro incaricato per la richiesta di finanziamento che avevo inoltrato ma l’addettanon era informata che il prestito mi era stato già rifiutato!

Fiditalia vi serve un buon fornitore per un CRM custom? Ne conosco un ottimo https://f.technology  ????

Ma non finisce qui… purtroppo

Infatti questa settimana, per conto della mia azienda, sto proprio incontrando alcune banche con lo scopo di aprire un conto corrente con fido e nell’istututo di credito dove ho avuto un incontro, fra le altre cose, mi è stato chiesto spiegazioni su come mai risultasse questa richiesta di finanziamento rifiutata a mio carico:

Infatti, con mia grande sorpresa, ho scoperto solo ora che grazie ad una semplice telefonata di 5 minuti ho ottenuto la mia “fedina creditizia” macchiata da un prestito personale rifiutato a cui non avevo dato molto peso.

Proprio oggi (ok la data è di quasi un mese fa, ma l’ho ricevuta solo questa settimana), poi, ho aperto questa bella lettera dal Fiditalia ad ulteriore conferma:

Ma cosa comporta questo tipo di “segnalazione”?

La segnalazione di insolvenza o di rifiuto di finanziamento può avere diversi effetti negativi, fra cui trovarsi negati altre forme di credito sia personali sia rispetto alle proprie imprese.

Qualche mese fa (marzo 2025) una delle due banche con cui avevo intrapreso un rapporto per la mia società (rapporto iniziato 12 mesi prima con lo scopo di creare uno storico creditizio finalizzato poi, al primo bilancio 2024 consolidato e depositato, di poter richiedere un fido di conto e anticipo fatture) mi rifiutò tale affidamento adducendo una negatività sui miei crediti personali, ed in particolare relativamente a rate mutuo non pagate.

In realtà anche questo non era affatto vero:

Da una verifica successiva con la mia banca erogante il mutuo, ho scoperto che in una mensilità non mi era stato “registrato” il pagamento su di uno dei loro “registri” e quindi non mi era stata spedita la quietanza (ma ovviamente i soldi erano stati prelevati dal conto ????).

Purtroppo questo episodio mi ha fortemente rallentato nello sviluppo aziendale, obbligandomi poi a cercare una nuova banca e ricominciare a ricostruire il rapporto storico di movimenti con un nuovo istituto dopo aver sprecato 12 mesi e quasi 1M di € transati sulla banca sbagliata ????.

Il problema sta nel fatto che oggi con le banche non si può più parlare e il rapporto non è più fra persone

Quindi cosa ho imparato da queste esperienze?

Prima di tutto a pensare un poco di più alle mie finanze personali e non concentrarmi esclusivamente sulla azienda dove svolgo il ruolo di CEO e CFO: ho sempre pensato che i miei conti personali potessero aspettare e non fossero rilevanti ed ho sempre anteposto gli interesse di tutti gli altri davanti ai miei (ad esempio nel 2024 non ho preso di fatto il mio stipendio e questo ha notevolmente intaccato il mio renddito e la disponibilità finanziaria personale) ma come ho tristemente imparato bisogna destinare ai propri conti e affari personali la stessa cura che si pone in quelli dell’impresa.

Avrai visto alcune schermate e dati che ho incollato nel post?

Questi dati arrivano dal servizio https://www.mistercredit.it/ che ho attivato pochi giorni fa da Crif Spa, che è anche un ottimo cliente della mia società: ho deciso di provare il loro servizio di analisi dei crediti.

Infatti, anche se da alcuni anni ricevo il report gratuito della centrale dei rischi di Banca Italia https://arteweb.bancaditalia.it/arteweb-fe-web/cr (puoi richiederlo anche tu accedendo con SPID/CE).

Il report periodico non segnala nulla di quanto invece viene mostrato dai servizi privati come quello di Crif che, come si capisce anche dalla lettera di Fiditalia, è alla base delle verifiche creditizie che questi istituti utilizzano.

Una panoramica del servizio Mister Credit

Premetto che non sono sponsorizzato da Crif Spa

Al momento ho attivato l’ozione METTIINCONTO che con 39,00€ e qualche giorno di attesa (io purtroppo faccio queste cose nel w.e. quindi ho ricevuto gli accessi solo a inizio settimana)

ed ho ricevuto una valutazione della mia posizione e la conferma di quanto vi ho raccontato qui sopra:

non ho problemi apparenti o rate inpagate o arretrate:

Probabilmente, rispetto alcuni criteri non risulto “finanziabile” e questo ci sta; ma è anche vero che grazie al report ho potuto verificare che diversi dati presenti nel sistema non sono aggiornati e presentano valori di debito più alti del vero.

Questa settimana ho provato a richiedere l’aggiornamento dei dati presenti nel sistema ed attendo l’esito della mia azione, ma sicuramente per tutto il 2025 non farò altre richieste di finanziamento o di dilazione pagamento ed anzi, lavorerò per l’estinzione di tutti i finanziamenti in corso al fine di poter godere di un “indice di affidabilità maggiore”

Ho anche utilizzato la funzione di collegamento dei i miei conti bancari e sicuramente estenderò il servizio al monitoraggio annuale per analizzare meglio il progresso del mio indice di affidabilità.

Come imprenditore coinvolto in una azienda questo strumento mi può aiutare a gestire meglio la mia reputazione creditizia.

TakeAway

A questo proposito ho deciso di dedicare una parte del mio tempo libero  allo sviluppo di un software custom (lo so, ce ne sono tanti già pronti, ma voglio qualcosa di più specifico e personalizzabile che non trovo sul mercato) per la gestione della contabilità personale e professionale.

StayTuned: sarà open source e distribuito gratuitamente.

Ho anche imparato che proprio come ci insegna l’assistente di volo quando siamo su di un areomobile

su di un aereo in caso di de-pressurizzazione prima di aiutare un vicino o un minore bisogna mettersi la propria mascherina di ossigeno

Se si vuole aiutare qualcuno a te caro, prima devi saper mettere in sicurezza la tua posizione finanziaria:  per questo motivo da questo mese ho deciso che ricomincerò a prelevare regolarmente il mio stipendio aziendale ed a richiedere un poco per volta tutti gli arretrati che in questi anni ho omesso di incassare per non gravare sull’azienda, che era in una fase di crescita.

Se le tue finanze non sono perfette e scintillanti, l’algoritmo che valuta il contesto creditizio tuo o della tua azienda può errare clamorosamente, ma purtroppo oggi i funzionari di banca o i consulenti creditizi non possono fare  molto perché non prendono  decisioni e sicuramente non fanno nessun sforzo per chiarire le posizioni dubbie

la direzione ha rifiutato la tua richiesta, ed io non posso farci nulla

Purtroppo oggi il nostro sistema creditizio da i soldi solo a chi non ne ha realmente bisogno!!!

In fine, anche se costano un poco, consiglio a chi può permetterselo di usare strumenti di valutazione e monitoraggio creditizio come quelli che ho citato ai quali aggiungo un paio di tool che uso invece sul lavoro:

E tu che esperienze hai sul credito personale o di impresa? Lascia un commento…