Francamente.tech

Tecnologia e non solo…senza filtri

Intelligenza Artificiale: che fastidio!

Ditonellapiaga a Sanremo 2026 con la sua “Che Fastidio”. Grazie per aver messo in musica quello che penso ogni giorno.

Prima di tutto: una parentesi su Sanremo (prometto, è breve)

Partiamo da una piccola digressione, che non c’entra nulla con l’argomento principale, ma visto che non ne parlerò mai altrove, fatemi sfogare qui. Per quale motivo non si cambia il regolamento per cui la canzone che va all’Eurovision è quella che vince Sanremo?

Salvo rarissime eccezioni — i Maneskin, per dirne una — le canzoni che trionfano al Festival di Sanremo sono quasi sempre quelle meno adatte a competere sul palco europeo dell’Eurofestival. Quest’anno avevamo “Che Fastidio” di Ditonellapiaga, una canzone che aveva una chance concreta di vincere. E ce la siamo giocata. Perché il regolamento dice così. Che fastidio!

San Marino, con la sua selezione indipendente, potrebbe essere una via d’uscita (e brava Electra Lamborghini ad averla colta). Ma oggettivamente, diciamocelo, è un pochettino triste dover sperare in San Marino per fare bella figura in Europa. Comunque, chiusa qui. Torniamo a cose serie.

L’AI e il festival degli snob

Recentemente ho partecipato a un evento dove si è parlato abbondantemente dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro. Un convegno serio, con relatori qualificati, ricercatori universitari, esperti del settore. Il tipo di evento da cui esci, di solito, con qualcosa in testa. Invece sono uscito con un gran fastidio.

Ho sentito due tipi di discorsi, entrambi ugualmente irritanti. E quando certi ragionamenti li sento da un professore universitario in un convegno — non da uno sprovveduto su Facebook — il fastidio diventa qualcosa di più serio. Diventa preoccupazione.

Il primo: il catastrofismo energetico. L’ennesimo paragone tra l’impatto ambientale di una domanda a ChatGPT e chissà quante deforestazioni. Il livello del discorso era questo: chiedere la ricetta della carbonara a un’AI equivale a un danno climatico misurabile.

Davvero vogliamo calcolare l’impatto energetico di una singola query, quando per vent’anni abbiamo usato Google senza farci troppe domande? Siamo convinti che oggi una ricerca su ChatGPT sia energeticamente più pesante di una ricerca tradizionale su un motore classico? Dai, non prendiamoci in giro. Questo è un approccio ideologico, che nega a prescindere, senza un’analisi seria e contestualizzata. Che fastidio!

Il secondo: il professore che passa mezz’ora a elencare i limiti dell’AI. Un ricercatore con un curriculum impeccabile, una cattedra universitaria, anni di pubblicazioni alle spalle. E cosa fa? Passa trenta minuti buoni a dirci che l’AI è inefficace, che non sa ragionare, che sbaglia, che non è vera intelligenza. Come prova, mi è stato raccontato di qualcuno che ha passato un’equazione di primo grado a un’AI e questa non l’ha saputa risolvere. Prego? Negli anni ’80 esisteva già Mathematica, che risolveva equazioni differenziali. Se passi un’equazione a un modello linguistico non ottimizzato per il calcolo matematico e poi dici che l’AI non funziona, stai usando un mazzo di rose per piantare un chiodo. E poi ti lamenti che le rose sono inutili. Che fastidio!

L’AI è uno strumento. Usatela come tale.

Il punto fondamentale, che sembra sfuggire a molti, è questo: l’AI è uno strumento. Potentissimo, versatile, in rapida evoluzione. Ma pur sempre uno strumento. E come ogni strumento, va saputo usare nel contesto giusto.

Io uso l’AI ogni giorno nel mio lavoro, in f.technology e non solo. Mi aiuta ad analizzare dati, a scrivere e revisionare codice, a fare ricerche, a monitorare la sicurezza dei sistemi informatici. Ha snaturato la qualità del mio lavoro? Assolutamente no. Ha solo reso il mio lavoro più efficiente.

Un esempio concreto: nel mio spazio di coworking ho implementato un sistema basato su AI che mi avvisa quando entra una persona non autorizzata. Con la tecnologia di due anni fa, sarebbe stato un progetto complesso, costoso, con mesi di sviluppo. Oggi è quasi banale.

È sorveglianza di massa? È violazione della privacy? No, è la stessa logica del parcheggio in centro a Cesena che fotografa le targhe per gestire gli accessi. Gli strumenti ci sono, bisogna saperli usare con criterio e nel rispetto delle norme. Ma questo vale per qualsiasi tecnologia. Dire che l’AI è pericolosa perché si può usare male è come dire che i coltelli sono pericolosi perché si possono usare per fare del male. Che fastidio!

Sulla cybersecurity, poi, è ancora più evidente. Sono anni che cerco di implementare soluzioni di analisi dei log in tempo reale: prima erano costose, complesse, richiedevano competenze specialistiche. Oggi prendo un file di log, lo mando a un agente AI, e ricevo un’analisi degli accessi anomali in pochi minuti. Falsi positivi? Certo, possono esserci. Ma sono io a valutare, non l’AI ad agire autonomamente.

Il mito del cervello che si atrofizza

L’altra grande accusa, quella che mi fa venire l’orticaria, è questa: “L’AI ci renderà mentalmente pigri.” Smetteremo di pensare, prenderemo per buone le risposte delle macchine, il nostro cervello si atrofizzerà. Ci trasformeremo tutti negli umani di Wall-E, seduti sulle sedie volanti, grassi e passivi.

Ragazzi, ho 60 anni. A scuola, negli anni ’70, ho imparato a fare le radici quadrate con carta e penna. Ho studiato equazioni differenziali, integrali, limiti. Poi sono arrivate le calcolatrici. Poi i computer. Poi internet. Ad ogni passaggio, qualcuno ha detto che avremmo smesso di pensare. Che fastidio!

La verità è che ogni generazione impara a usare gli strumenti del suo tempo. Le nuove generazioni non sapranno fare una radice quadrata a mano? Probabilmente no. Ma sapranno fare cose che io non so fare, usando strumenti che io fatico a immaginare. È sempre stato così. È il progresso. Io sono appena tornato dalla piscina, ho fatto un’ora di nuoto. Se non lo facessi, mi atrofizzerei fisicamente. Lo stesso vale per il cervello: la pigrizia è una scelta, non una conseguenza inevitabile degli strumenti che usi.

L’analogia che mi viene in mente è quella dell’automobile. Quando è arrivata, c’era chi diceva che il cavallo era insostituibile: meglio su certi terreni, più affidabile, non richiedeva carburante. Tutto vero. Ma questo ha fermato la rivoluzione dei trasporti? No. Ancora oggi un mulo è più adatto di un’auto per certi sentieri di montagna. Ma non per questo abbiamo smesso di costruire automobili.

Che fastidio sentire gli stessi argomenti, identici, applicati all’AI cent’anni dopo!

Il vero problema: chi fa cultura dovrebbe capire gli strumenti

Ecco dove il fastidio diventa preoccupazione seria. Se un utente medio non capisce come funziona l’AI, pazienza. Se un giornalista generalista scrive sciocchezze, è fastidioso ma gestibile. Ma quando un professore universitario, un ricercatore, qualcuno che dovrebbe guidare la conoscenza e formare le prossime generazioni, passa il suo tempo in un convegno a elencare i limiti dell’AI senza spendere una parola sui suoi vantaggi, questo è un problema culturale grave.

Non sto dicendo che l’AI non abbia limiti. Li ha, e sono reali. Non sto dicendo che non ci siano rischi etici, sociali, di sicurezza. Ci sono, e vanno affrontati seriamente. Ma focalizzarsi solo sui limiti, ignorando i vantaggi, non è analisi critica. È ideologia. Ed è esattamente lo stesso errore che fanno dall’altra parte quelli che vedono nell’AI la soluzione a ogni problema, che pensano di poter fare a meno delle persone, che immaginano un futuro distopico o utopico senza sfumature.

Come ho scritto in un altro post, certi atteggiamenti sono delle vere e proprie Red Flag che dovrebbero farci riflettere sulla qualità di chi ci sta davanti. Che fastidio!

Conclusione: usate l’AI, con la testa

Questo articolo, tanto per essere trasparenti, è nato da una nota vocale registrata sul divano. Quella nota è stata trascritta, strutturata e rielaborata con l’aiuto di strumenti AI. Ma le idee, le opinioni, il fastidio, sono miei al 100%. Ci ho messo un quinto del tempo che avrei impiegato un anno fa. E probabilmente, senza quegli strumenti, non l’avrei scritto affatto.

Ecco cosa fa l’AI per me: mi permette di fare cose che altrimenti non farei, più velocemente, senza togliere nulla alla qualità del pensiero. Non è magia, non è il futuro distopico, non è la fine del pensiero critico. È uno strumento. Imparate a usarlo. E la prossima volta che sentite qualcuno — professore universitario o meno — che passa il suo tempo a dirvi solo quanto fa schifo, chiedetegli quante ore al giorno lo usa davvero.

Che fastidio!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *