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Ma perché i film e le serie TV che trasmettono fanno sempre più schifo?

Oggi inauguro un nuovo filone di articoli, uno spazio dedicato a un altro dei miei passatempi preferiti: le serie TV e il cinema. Si affiancherà ai viaggi e alla cucina, altri piaceri della vita che ogni tanto mi piace raccontare. Non aspettatevi critiche cinematografiche o analisi da addetto ai lavori, ma solo le riflessioni di un appassionato che, come molti di voi, si ritrova sempre più spesso a porsi una domanda precisa, quasi un lamento: ma perché i film e le serie TV che vediamo in streaming sembrano fare sempre più schifo?

Dal divano all’iPad, e ritorno: cronaca di uno spettatore (spesso) deluso

Chiariamo subito il mio profilo di spettatore. Non vado al cinema da anni e ho abbandonato la TV generalista da tempo immemore. Come tanti, sono approdato alle piattaforme streaming, godendomi la comodità di guardare ciò che volevo, quando volevo. Per un lungo periodo, il mio compagno di visione è stato un iPad, spaparanzato sul divano, a letto, o mentre mangiavo. Di recente, però, ho deciso di rimettere in salotto uno schermo come si deve, un 55 pollici, e ho ricominciato a guardare i contenuti con un occhio diverso, più attento.

Ed è qui che è iniziato il dramma. Prendi un film come Mechanic: Resurrection. Cast stellare: Jason Statham, Jessica Alba, Tommy Lee Jones. Budget presumibilmente alto. Ti aspetti un passatempo, certo, ma con un minimo di trama, di regia, di decenza. Invece, ti ritrovi davanti a un prodotto talmente insulso che ti sanguinano gli occhi. Una trama inesistente, dialoghi imbarazzanti, una noia mortale. L’ho interrotto, non ce l’ho fatta.

Immagine del film Mechanic: Resurrection

E non è un caso isolato. Penso a certe produzioni Marvel recenti, come i Fantastici 4, semplicemente inguardabili. Con budget milionari e franchise consolidati, com’è possibile partorire roba del genere? È un po’ come nei rapporti di lavoro: vedi un’azienda con un nome altisonante, un sacco di risorse, e poi scopri che dietro non c’è sostanza. È una di quelle che io chiamo Red Flag, quei segnali d’allarme che ti fanno capire che è meglio girare al largo. E nel mondo dello streaming, di Red Flag ne sto vedendo fin troppe.

Per fortuna, ogni tanto, qualche gioia c’è. Mi sono divertito a rivedere i due film di Jack Reacher con Tom Cruise: azione fatta come si deve, una storia che regge, un po’ di suspense. O una serie come Slow Horses su Apple TV+, con un immenso Gary Oldman: scrittura intelligente, personaggi memorabili, una trama che ti tiene incollato allo schermo. Ecco, questi sono gli esempi che mi fanno sperare che non tutto sia perduto.

Immagini dei film di Jack Reacher

La sensazione generale, però, è quella di trovarsi davanti a un buffet infinito, ma pieno di piatti scotti e senza sapore. Passi mezz’ora a scorrere cataloghi sterminati – quello che gli psicologi chiamano il “paradosso della scelta” – per poi finire, esausto, a non guardare nulla. A questo si aggiunge la “subscription fatigue”, la stanchezza da troppi abbonamenti, ognuno con il suo costo crescente. La rivoluzione che prometteva intrattenimento illimitato a basso costo ci ha davvero traditi?

Analizzando un po’ la situazione, ho individuato alcune verità scomode che spiegano questo declino.

1. Troppa scelta, prezzi troppo alti: la concorrenza ci ha fregati

La promessa era semplice: più concorrenza uguale più scelta e prezzi migliori. La realtà? Un disastro. La concorrenza ha portato alla frammentazione. I contenuti che prima erano su un’unica piattaforma, ora sono sparsi su decine di “isole” diverse, costringendoci a sottoscrivere abbonamenti multipli. Il risultato è che oggi, per avere un pacchetto completo, spendiamo più di quanto spendevamo per la vecchia e odiata TV via satellite. E i prezzi continuano a salire. Non sorprende che il 60% degli utenti europei non possa permettersi tutti gli abbonamenti che vorrebbe e che la pirateria stia tornando di moda, non come furto, ma come soluzione logica a un mercato insostenibile.

Immagine che rappresenta la fatica da abbonamento

2. Le “Guerre dello Streaming” sono finite. Ha vinto Netflix.

Nonostante le apparenze, la guerra ha già un vincitore. Dopo un momento di crisi nel 2022, Netflix ha cambiato strategia: meno ossessione per il numero di abbonati, più attenzione ai ricavi, introducendo pubblicità e bloccando la condivisione delle password. Ha funzionato. Nel frattempo, i concorrenti annaspano. Disney ha accumulato perdite per oltre 11 miliardi di dollari e Paramount è talmente messa male che sta pensando di vendere. L’ironia finale? Per fare cassa, questi stessi concorrenti stanno tornando a vendere i loro contenuti in licenza proprio a Netflix. Una resa quasi incondizionata, come ammesso dallo stesso CEO di Disney, Bob Iger, che ha definito Netflix “il gold standard”.

3. Dietro ogni maratona TV c’è un lavoratore precario

L’abbuffata di contenuti ha un costo umano invisibile. La fame insaziabile delle piattaforme ha creato un’industria dove si lavora tanto, ma si lavora male. Un’indagine della Fondazione Brodolini ha rivelato che la digitalizzazione ha svalorizzato le competenze tecniche, peggiorando compensi e condizioni contrattuali. Si viene pagati per i giorni di ripresa, ma tutto il lavoro di preparazione e post-produzione spesso non viene riconosciuto. Il risultato è un paradosso doloroso: professionisti appassionati del loro lavoro, ma frustrati da compensi inadeguati. Come riassume una testimonianza: “Si lavora, ma si lavora male”. E la qualità del prodotto finale, inevitabilmente, ne risente.

4. L’algoritmo non è tuo amico, è il nuovo padrone

C’è stata un’effimera età dell’oro in cui lo streaming sembrava il paradiso della creatività. Piattaforme come Netflix offrivano budget generosi e totale libertà a registi di fama per produrre capolavori. Quell’epoca è finita. Oggi comanda l’algoritmo. Le decisioni sono guidate dai dati, analizzando i comportamenti di milioni di utenti per creare prodotti “a formula”, che replicano successi passati e riducono il rischio. Ma, come sostiene il regista Flavio Parenti, “non sono i dati a creare la bellezza, ad emozionare o a far sognare. È l’anima del poeta che affronta con coraggio la possibilità di fallire”. L’algoritmo, per sua natura, non può scoprire nulla di nuovo. Può solo rimescolare il già visto, portando a un’omologazione che uccide l’anima dei film e delle serie TV.

5. La formula segreta del successo? Non esiste

Mentre gli studios si affidano ciecamente ai dati, la scienza dimostra che una formula per il successo non esiste. Uno studio ha analizzato le interazioni tra i personaggi in alcune serie famose, scoprendo che le regole del successo sono completamente diverse da un caso all’altro. Per Game of Thrones, troppi personaggi in un episodio infastidivano gli spettatori. Per Breaking Bad, al contrario, gli episodi con gruppi di personaggi molto uniti erano i più apprezzati. Se le regole cambiano così radicalmente per due delle serie più acclamate di sempre, l’idea di una formula universale è semplicemente un’illusione.

Conclusione: La prossima puntata

La crisi dello streaming ci ha messo di fronte a una dura realtà: la promessa di libertà si è trasformata in una gabbia dorata di algoritmi e logiche di profitto. La battaglia per il nostro tempo è diventata una lotta tra la fredda matematica dei dati e l’imprevedibile creatività umana. La domanda, a questo punto, è: quale modello vincerà? Continueremo a essere sommersi da storie nate da formule, o ci sarà ancora spazio per artisti che osano fallire per creare qualcosa di veramente nuovo? E soprattutto, quali racconti definiranno la nostra epoca? Staremo a vedere. Forse.

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