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Pagamenti a 10 mesi: quando la formazione diventa uno scherzo (e tu sei la battuta)

Oggi parliamo di un’esperienza che mi ha lasciato l’amaro in bocca, una di quelle storie che ti fanno dubitare della serietà di certi settori. Non farò nomi, perché il punto non è il singolo colpevole, ma un sistema che permette queste storture. La storia è semplice: un lavoro di docenza svolto a marzo, fatturato ad aprile, e la comunicazione, arrivata solo dopo solleciti, secondo cui il pagamento avverrà… a gennaio dell’anno prossimo. Dieci mesi. Avete letto bene: dieci mesi per pagare una prestazione professionale.

Se fate formazione o state pensando di farlo, questo articolo è per voi. Perché quello che è successo a me può succedere a chiunque. E se io, con una certa età, esperienza e una posizione professionale consolidata, posso permettermi di aspettare (e di mandarli elegantemente a quel paese la prossima volta), non tutti hanno questo lusso. Ma nessuno dovrebbe accettare certe condizioni.

L’antefatto: un’urgenza (la loro) e un favore (il mio)

Tutto inizia con una chiamata da parte di un ente di formazione. Hanno un’urgenza disperata: trovare un docente entro due giorni per un corso online sullo sviluppo di siti web, destinato a persone in mobilità lavorativa che devono frequentarlo per mantenere il sussidio di disoccupazione (NASPI). Non è la mia attività principale, ma ho una lunga esperienza nella formazione tecnologica; mi piace e credo di essere bravo a farlo. Decido di accettare, un po’ per rispondere all’emergenza, un po’ per diversificare le entrate, che durante l’anno tendono a concentrarsi su un unico, grande cliente.

Il corso va bene; i partecipanti sono contenti (e di solito non hanno peli sulla lingua se un docente non è all’altezza). L’ente mi chiede di sostenere un secondo corso e accetto. Dopodiché declino altre proposte, nonostante la loro necessità di docenti su temi caldi come l’AI e la cybersecurity. La formazione per questi enti non è il mio business principale; è stata una parentesi. Alla mia età e con la mia esperienza, non ho bisogno di scendere a compromessi. Non tanti e non tanto spesso.

La doccia fredda: “Pagheremo quando vorremo”

Emetto la fattura, consapevole che in questo settore i tempi biblici sono la norma. 120 giorni? Un sogno. Ma qui si è andati oltre. Dopo 150 giorni, inizio a chiedere notizie. Silenzio. Al secondo sollecito, la risposta, quasi seccata: “Si comunica che i pagamenti verranno effettuati a fine anno, con valuta massima il 10 gennaio”.

Dieci mesi per pagare una fattura di qualche migliaio di euro. Ora, fortunatamente, non ci devo campare con quei soldi, ma con un altro professionista? Uno che magari ha appena iniziato o che conta su quel denaro per pagare le bollette? Questa non è solo inefficienza, è una mancanza di rispetto totale per il lavoro altrui.

Le Red Flag di un sistema malato

Questa vicenda è un concentrato di Red Flag, quei segnali d’allarme che dovrebbero farci scappare a gambe levate:

1. Mancanza di trasparenza contrattuale: nel contratto non c’era traccia di questi tempi di pagamento folli. Anzi, c’era scritto testualmente:

Il pagamento dei compensi pattuiti e la conseguente emissione delle note di competenze e/o fatture valide ai fini fiscali avverranno su discrezionale indicazione di <nome dell’ente formatore> in base ai diversi stati d’avanzamento delle attività formative in oggetto.

Traduzione: “Ti pago quando mi pare”. Una clausola del genere è inaccettabile. Punto.

2. Silenzio e arroganza: l’ente non solo non comunica spontaneamente, ma, quando sollecitato, risponde con fastidio, come se il problema fosse tu che chiedi i tuoi soldi. È lo stesso atteggiamento che ho visto in certi pessimi partner di lavoro, quelli che pensano che tutto gli sia dovuto.

3. La pretesa di qualità a costo zero: come si può pretendere di avere docenti di qualità, preparati e aggiornati, con queste condizioni? La risposta è semplice: non si può. Si attirano solo due tipi di persone: i disperati, che accettano qualsiasi cosa per necessità, o chi, come me in questo caso, lo fa per altri motivi e può permettersi di aspettare (e di rifiutare la prossima volta). La qualità, quella vera, va a farsi benedire.

Il vero problema: chi paga il prezzo più alto

E qui arriviamo al punto che mi fa più arrabbiare. Questi corsi non sono destinati a manager o professionisti affermati. Sono per le persone che hanno perso il lavoro, che stanno cercando una nuova strada, che hanno bisogno di acquisire competenze concrete per rientrare nel mercato del lavoro. Sono persone in difficoltà che hanno bisogno di una formazione coinvolgente e di livello, che faccia davvero la differenza.

Una docenza di qualità, illuminata e motivata, può cambiare la vita di queste persone. Può aprire porte, far scoprire talenti nascosti, dare strumenti reali per trovare lavoro. Ma come si può pretendere una docenza di questo livello quando si tratta i docenti come bancomat a disposizione? Quando si pagano dopo dieci mesi, quando si risponde con arroganza ai solleciti, quando si inseriscono clausole contrattuali che dicono “ti pago quando mi pare”?

Il risultato è che i docenti bravi, quelli che potrebbero fare davvero la differenza, se ne vanno. Resta solo chi non ha alternative, o chi lo fa tanto per fare. E chi ci rimette? Le persone in aula, quelle che avrebbero più bisogno di una formazione seria. È un sistema che tradisce proprio chi dovrebbe aiutare.

Il valore del lavoro professionale

Questi enti di formazione, che gestiscono fondi pubblici e privati, operano in un’attività di business. Hanno una struttura, dei guadagni. È inaccettabile che scarichino la loro disorganizzazione e le lungaggini burocratiche sui professionisti che erogano il servizio, usandoli come una banca a costo zero. Un ritardo di dieci mesi non è un incidente, è un modello di business. Un modello marcio.

Io, con la mia esperienza e la mia posizione, posso permettermi di dire di no. Posso permettermi di aspettare e di non accettare più incarichi da chi non rispetta il mio lavoro. Ma non tutti possono. E questo è il vero problema. Un giovane professionista, un freelance alle prime armi, qualcuno che conta su quei soldi per vivere, non ha questa libertà. E viene schiacciato da un sistema che lo tratta come un fornitore di serie B.

Take Away: cosa fare se fate formazione (o volete farla)

Se fate formazione, o state pensando di farlo, ecco il mio consiglio, nato dall’esperienza:

Prima di accettare qualsiasi incarico, pretendete un contratto in cui sia indicato un termine di pagamento definito e ragionevole. Non 120 giorni, non “quando ci pare”, non clausole vaghe come quella che ho trovato io. Un termine preciso: 30, 60 giorni al massimo. Se nel contratto trovate scritto qualcosa come “Il pagamento avverrà su indicazione discrezionale” o formule simili, non firmate. Non accettate il lavoro. Non importa quanto sia urgente, quanto vi serva, quanto vi promettano. È una trappola.

Guardate le condizioni di pagamento con la stessa attenzione con cui guardate il compenso. Anzi, di più. Perché un compenso alto che arriva dopo un anno vale meno di un compenso medio che arriva in 30 giorni? E soprattutto, difende la vostra dignità professionale.

E ricordate: quando accettate condizioni indecenti, non state solo danneggiando voi stessi. State contribuendo a un sistema che danneggia anche chi ha più bisogno di una formazione seria. Quelle persone in aula che contano su di voi per trovare una nuova strada.

Conclusione: un sistema che si mangia la coda

Questa esperienza, per quanto frustrante, è stata una lezione. Una lezione che condivido con voi, professionisti, freelance, docenti e chiunque venda il proprio tempo e la propria competenza. Il nostro lavoro ha un valore. E quel valore include il diritto a essere pagati in tempi civili. Se le condizioni non sono chiare e rispettose, la risposta deve essere un’unica: no, grazie. Meglio dedicare il proprio tempo a clienti che ci rispettano o a potare i rami secchi, come ho raccontato nel mio post sulla potatura autunnale. Perché a volte il miglior guadagno è evitare una perdita. E certe situazioni sono proprio questo: una perdita di tempo, di dignità, e alla fine, anche di soldi.

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