“Link nel primo commento 👇”

Lo vedo ovunque, su LinkedIn e su X. E ogni volta mi irrita un po’. Apro i commenti, scorro, il link non c’è. Oppure è finito sotto altri dieci commenti. Oppure l’autore se n’è proprio dimenticato, e mi tocca scrivere la frase più triste del web professionale: “Mi mandi il link?”

A volte lo chiedo. A volte rinuncio. E quando rinuncio, l’autore ha perso esattamente il lettore che gli interessava: uno che voleva approfondire.

Per questo nei miei post il link lo trovi nel post. Sempre. Ti spiego perché, e ti spiego anche cosa dicono davvero le piattaforme, perché su questo tema circolano più leggende che dati.

A sinistra un post con “link nel primo commento” e un lettore che chiede il link perché non lo trova; a destra un post con il link direttamente nel testo
Da una parte la caccia al tesoro. Dall’altra, un clic.

In due righe

  • Il “link nel primo commento” sposta la fatica dall’autore al lettore, per provare a ingannare l’algoritmo.
  • LinkedIn dice di non penalizzare i link. I dati indicano che a pesare è semmai la scheda di anteprima, non il link scritto nel testo.
  • Su X la penalità c’era, e oggi dicono di averla tolta. Le regole cambiano: io scrivo per chi legge, e il link lo metto nel post.

Scrivo per chi legge, non per l’algoritmo

Il motivo principale è banale: la comodità di chi legge.

Se scrivo un articolo, voglio che chi è interessato lo trovi con un clic. Non dopo una caccia al tesoro nei commenti. Il “link nel primo commento” sposta la fatica dall’autore al lettore, e lo fa per un motivo solo: provare a ingannare l’algoritmo, costringendo le persone a interagire, aprire, scorrere.

Trovo queste logiche stupide e snervanti. Da utente le detesto, quindi non vedo perché dovrei imporle a chi mi legge.

Preferisco lettori meno numerosi ma comodi, che usano i miei contenuti come serve a loro.

Pochi ma buoni: il passaparola batte l’algoritmo

Non guardo i numeri dei miei post e non ho mai fatto test A/B. Non per pigrizia: semplicemente non è quello che misuro.

Mi fido di un’altra cosa: la validità del contenuto. Se un articolo serve, chi lo legge lo gira a un collega, lo cita in una riunione, me lo nomina al telefono. È passaparola, da persona a persona. Funziona da sempre e non dipende dall’aggiornamento di turno di un algoritmo che troppo spesso premia la vuotezza.

Un contenuto che vale viaggia da solo. Quello vuoto ha bisogno dei trucchi.

“Sì, ma così perdi copertura”. Davvero?

Questa è l’obiezione che arriva sempre. Allora sono andato a vedere cosa dicono le piattaforme e i dati. Il quadro è molto meno netto di quello che raccontano i guru.

LinkedIn: “non limitiamo i post con i link”

La voce più autorevole è quella di Rishi Jobanputra, Senior Director of Product Management del feed di LinkedIn. Nel 2025 ha risposto pubblicamente alla domanda “un link nel post riduce la distribuzione?”, e il messaggio è stato chiaro:

“We don’t intentionally limit the reach of posts with links in it.”

“Non limitiamo intenzionalmente la copertura dei post che contengono link.”

— Rishi Jobanputra, LinkedIn

Lo stesso messaggio è stato ripetuto ai giornalisti in un briefing di marzo 2026.

L’unica condizione che pone è di buon senso: il post deve “dare abbastanza contesto da stare in piedi anche senza il link”. Se il post è solo “ho scritto una cosa, leggila qui”, va male. Non per il link, ma perché non dà niente a chi legge.

In altre parole: conta il contenuto, non il trucco. Che è esattamente la mia tesi.

I dati: meno copertura, ma non per il motivo che pensi

Diversi studi (quasi tutti di aziende che vendono strumenti per LinkedIn) trovano che i post con link ottengono meno visualizzazioni, con stime che vanno dal 25% al 50% in meno. Numeri molto diversi tra loro, perché cambiano il campione, il periodo e il metodo di calcolo. Lo spiega bene un confronto pubblicato da Ordinal.

Il dato più interessante arriva però da MagicPost, che ha analizzato oltre 1,2 milioni di post: la penalità non riguarda il link in sé, ma la scheda di anteprima (immagine, titolo, dominio) che LinkedIn genera automaticamente. I post con anteprima ottengono circa metà delle visualizzazioni. Quelli con il link scritto nel testo, senza anteprima, sono in linea con i post senza link.

Grafico a barre delle visualizzazioni mediane su LinkedIn: link nel testo 858, nessun link 786, link con scheda di anteprima 414
Visualizzazioni mediane per post. Fonte: MagicPost, 1.207.853 post analizzati.

Traduzione pratica: metti il link nel testo, chiudi l’anteprima, e il presunto problema sparisce.

E il trucco del primo commento?

C’è un dettaglio che quasi nessuno considera. LinkedIn mostra i commenti in ordine di “più rilevanti”, e un commento dell’autore con un link spesso non è tra quelli. Il risultato? Il lettore non lo vede, a meno di cambiare ordinamento e scorrere fino in fondo. Alcune analisi segnalano anche che la piattaforma ha imparato a riconoscere i post costruiti solo per spingere verso il link nei commenti.

Quindi il trucco rischia di farti perdere due volte: la copertura non migliora, e il lettore il link non lo trova.

X (Twitter): la penalità c’era, ora dicono di no

Su X la storia è diversa, e va raccontata onestamente. Nel novembre 2024 Elon Musk in persona, rispondendo a Paul Graham, ha suggerito di “scrivere una descrizione nel post principale e mettere il link nella risposta”, per “fermare il lazy linking” (PCMag). Un’ammissione di fatto. Un’analisi di Buffer su 18,8 milioni di post ha poi mostrato che, da marzo 2025, i post con link degli account non Premium avevano un engagement praticamente nullo.

Poi, a luglio 2026, il colpo di scena: il responsabile prodotto di X, Nikita Bier, ha scritto a Mark Zuckerberg che “non serve più mettere i link nelle risposte”. Il giorno dopo, rispondendo ancora a Paul Graham, Musk ha confermato: “non li penalizziamo da oltre un anno” (PPC Land). Prove indipendenti che il meccanismo sia davvero cambiato, per ora, non ce ne sono.

Linea del tempo su X: novembre 2024 Musk suggerisce il link nella risposta, da marzo 2025 Buffer rileva engagement quasi nullo, luglio 2026 X dice di aver tolto la penalità
Su X la regola è cambiata due volte in meno di due anni.

Morale: anche dove la penalità esisteva, le regole cambiano senza preavviso. Chi ha costruito le proprie abitudini su un trucco si ritrova a inseguire l’ultimo tweet del proprietario della piattaforma.

La mia posizione

Mettiamo in fila i fatti:

  1. LinkedIn dice ufficialmente che non penalizza i link.
  2. I dati indipendenti sono contraddittori, e quando una penalità emerge riguarda soprattutto l’anteprima automatica o i post senza contenuto.
  3. X ammetteva la penalità, e oggi dice di averla tolta.
  4. L’unica cosa certa, sempre, è il fastidio di chi deve cercare il link.

Di fronte a questo, la scelta per me è semplice. Non gioco con i trucchi degli algoritmi, che cambiano ogni sei mesi. Scrivo post che stanno in piedi da soli, e metto il link dove serve: nel post, a portata di clic.

Se questo mi costa qualche visualizzazione, va bene così. Preferisco cento persone che leggono davvero a mille che scorrono senza trovare niente.

Se vuoi provarci anche tu

Quattro regole: un post che sta in piedi da solo, il link nel testo, chiudere l’anteprima, smettere di inseguire i trucchi
Quattro regole, nessun trucco.
  • Scrivi un post che abbia valore anche senza il link.
  • Metti il link nel testo, dove si vede.
  • Chiudi l’anteprima automatica (la “x” sulla scheda) e, se vuoi, usa un’immagine tua.
  • Smetti di inseguire i trucchi: guarda chi ti risponde, non quanti ti vedono.

E se proprio vuoi mettere il link nel primo commento, fammi un favore: almeno ricordati di metterlo.

E voi? Link nel post o nel primo commento? Raccontatemelo nei commenti

 


Fonti